A cosa servono le corse di velocità?

Di pubblicato su Parliamone il 20/07/2015
A cosa servono le corse di velocità?

Ieri, nel circuito di Laguna Seca (California), sono morti due piloti spagnoli. Il valenciano Bernat Martinez, di 35 anni e Daniel Rivas Fernandez, di 27, galiziano. Due semi-sconosciuti piloti della Superbike/Superstock 1000 che hanno perso la vita nella primo giro della seconda manche del MotoAmerica, una specie di trofeo preliminare che introduce proprio alla stagione della SBK.

Ancora una volta guardo le immagini con sincera tristezza, vedo questi ragazzotti mascherati con caschi e tute colorate, in sella a missili che sfrecciano su una pista sempre nello stesso senso, ripetutamente, come criceti nella famosa ruota.

La loro è come la condanna di Sisifo, ad ogni giro ricominciano daccapo, gambe strette, schiena bassa, mento accucciato sul deposito e via, a tutta manetta, cercando, sperando di non schiantarsi nella prossima curva.

L’incidente di ieri è drammatico, spaventoso, incomprensibile: esiste un’umanità che lotta ogni giorno per sopravvivere e pochi altri che fanno di tutto per togliersi la vita.

Ci diranno che ‘sono morti mentre facevano ciò che amavano’, è possibile, ma le giustificazioni emozionali lasciano il tempo che trovano. A parte il dolore e la pietà per le femiglie di questi due piloti di serie B (certamente meno famosi e meno ricchi della MotoGP), resta il dispiacere per sport, il motociclismo come l’automobilismo, che non hanno più ragione di esistere.

In passato, tali competizioni erano utili per testare e verificare motori e meccaniche portandoli fino a situazioni estreme, ma oggi, quando ormai sappiamo tutto o quasi e considerando che le nuove tecnologie permettono simulazioni e ricerche direttamente realizzabili in laboratori sicuri, mi domando perché dobbiamo continuare ad ammazzare la gente per divertirci.

I tifosi, gli spettatori, gli organizzatori, i manager, gli sponsor, le famiglie ambiziose, le mogli vanitose e i figli viziati: tutti hanno una dose di colpa in queste morti.

È semplicemente un circo, niente di più.

Ma quale adrenalina, ma quale brivido: girare una manopola è facile come premere un grilletto, nella vita tutto si impara e tutto si può fare. Basta che abbia un minimo di senso.

Girare in tondo durante un’ora, sperando di non finire spiaccicato o investito da qualche compagno, non offre nulla di sano e sportivamente degno di nota. È come una specie di patibolo a comando: media e pubblico fremono aspettando che succeda qualcosa di terribile per gustarsi lo spettacolo.

Poveri piloti. Sono cavie coscienti e volontari che continuano a giocare con l’unica cosa che hanno, con l’unica cosa che ognuno di noi ha. La vita. Ed essa merita rispetto. Non è una corsa a chi arriva prima o chi a va più veloce. Non è un gioco.

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