Content marketing, ovvero la morte del giornalismo

Di pubblicato su Parliamone il 18/07/2015

Molte volte i professionisti del giornalismo hanno affrontato il difficile tema della comunicazione online, puntando il dito contro la rete delle reti, Internet, accusata di essere l’origine di tutti i mali, una specie di ‘no return point’ che ha segnato il decadimento deontologico del giornalismo classico.

Il world wide web rappresenta oggi un elemento costante, in certi casi predominante, della nostra quotidianità e i nuovi dispositivi, dagli smartphone ai tablet passando per i nuovissimi wearables, indicano che la tendenza a riferirsi a d Internet come fonte principale per la raccolta di informazioni è ormai inarrestabile. Si tratta di un medio interattivo, rapido, perennemente aggiornato, multiculturale e usabile. Alcuni lo definiscono anche ‘democratico’ e ‘ribelle’ ma in realtà l’elemento distintivo di Internet va cercato nella sua incontrollabilità.

Qualsiasi persona dotata di computer o telefonino di nuova generazione, automaticamente diventa giornalista, critico, esperto autoreferenziale di qualsiasi argomento, il più delle volte spinto da egocentrismo e noia, riempie la rete con una serie di informazioni che, per lo più, sono superficiali, parziali e basati su concetti soggettivi, personalissimi e non verificabili. Qualche giorno fa, l’azienda per cui lavoro, ha offerto a tutti noi una due giorni di formazione in content marketing e ciò mi ha permesso di scoperchiare, ancora una volta, il coperchio che tappa la mia instancabile voglia di etica, almeno a livello di giornalismo. Il content marketing è il principale problema della spazzatura online che intasa la maggior parte dei siti Internet.

Il giornalismo nasce come strumento di diffusione e analisi delle dinamiche quotidiane, culturali, sociali e politiche dell’intorno in cui viviamo. Non si preoccupa del lettore o dell’ascoltatore in quanto tali, bensì della qualità, verificabilità ed attendibilità dei contenuti generati. In parole povere, il giornalista ha il compito di smuovere le acque per poter portare alla luce l’essenza di un fatto o di un accadimento, che generalmente definiamo con la parola notizia.

Il content manager o editor, prescinde dalla qualità della notizia e anzi nella maggior parte dei casi copia ciò che già è stato scritto, confezionandolo appositamente per un target specifico di pubblico analizzato in moto assolutamente e freddamente scientifico.

Il suo obiettivo non è informare, diffondere conoscenze e condividere opinioni. Lo scopo assoluto, unico ed esistenziale del content marketing è soltanto uno: il traffico. Ovvero soldi, pubblicità, banner. Il giornalista diventa l’umile servitore delle tendenze di ricerca su Google.

Non esiste deontologia, non esiste etica, non esiste controllo delle fonti, non esiste qualità del testo. Vengono seguite pedissequamente strutture e modelli sia grafici che testuali creati unicamente per catturare l’attenzione del lettore durante almeno un paio di minuti. Internet non è il male, anzi dal mio punto di vista non ha nessuna colpa. Però è la dimostrazione che, ancora una volta, quando il profitto ed esigenze di mero business riescono a insidiarsi e a fare propri gli strumenti della comunicazione e del giornalismo, questi perdono per completo la loro identità e la loro forza.

Cosa ci riserva il futuro?

Una rete zeppa di informazione sull’informazione, contenuti sempre più brevi e superficiali costruiti per un pubblico passivo, che ha deciso di delegare alla rete la capacità di giudizio e di analisi, non più interessato né capace di cercare e trovare senso in ciò che legge.

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