Eravamo quattro amici al bar

Di pubblicato su Parliamone il 25/11/2013
Eravamo quattro amici al bar

Stamani, durante una piccola pausa mattutina, mi sono trovato a gironzolare per il quartiere di Valencia in cui vivo, poco prima delle undici, un orario particolare.

Anni fa, quando bazzicavo per Roma come cronista dilettante allo sbaraglio, nelle lunghe mattinate trascorse ad inseguire e creare dal (quasi) nulla le notizie, mi divertivo a vedere come se la spassavano gli anzianotti neo-pensionati romani nei vari bar. Un caffè, una brioche, il Corriere dello Sport sul tavolaccio e magari, in sottofondo, la radio urlanti diatribe calcistiche.

Beh, a dire il vero, mi facevano invidia: li vedevo calmi, rilassati, senza preoccupazioni e apparentemente sereni, come timonieri semi appisolati sul timone di una nave in bonaccia, quando il tempo sembra infinita e la fretta è solo un vecchio ricordo. Oggi, anno 2013, accanto ai nonnetti spagnoli vedo tanti coetanei.

Ragazzi di 28, magari 30 o 35 anni, qualcuno meglio vestito, altri con la magliettina di sempre e un paio di jeans lisi, alla moda, disoccupati o neo-licenziati.

La maggior parte di loro ha alle spalle studi universitari, si capisce dal modo di parlare, dal tono della voce, pulito e senza parolacce, quasi distinto.

Fanno colazioni lunghissime, eterne, facendosi durare un ‘cortado’ anche due ore. Scambiano pareri sulla società, parlano di crisi. Poi afferrano il proprio telefonino per comunicano con i propri amici whatsappando senza soluzione di continuità, un sorriso può scacciare i cattivi pensieri ed ecco che il divertimento diventa via di fuga dalla noia e dalla depressione. Sono giovani, lo saranno ancora per poco, ma sono mezzi spenti.

La forma di gesticolare è lenta, nell’affrontare i discorsi si comportano in modo superficiale e distante, annoiato, rifiutando di approfondire e andare oltre perché l’hanno già fatto e quando si è persa la grinta, la voglia, quando le unghie non riescono più a graffiare in faccia la vita. Trascorrono le mattinate al bar, fuggendo da casa per evitare il possibile scontro famigliare, che fa malissimo e provoca profonde ferite.

Qualcuno li chiama ‘perdigiorno’ e li accusa di scarsa forza di volontà, sparando frasi del tipo ‘Se uno vuole il lavoro lo trova‘.

Il problema però è doppio: da un lato la contrazione delle offerte di lavoro, dall’altro l’eccesso di lavoratori.

Un meccanismo perverso, diretto ad opera d’arte dalle aziende che possono offrire lavori mal pagati, orari al limite del ridicolo e una gestione della relazione con il dipendente che si basa sulla paura, sul baratro del licenziamento: o accetti o te ne vai a casa.

Per questo, se devi lavorare 10 ore al giorno, magari di notte, per guadagnare 500 o 600 euro al mese, molti scelgono di andare al bar, perchè, tutto sommato, così spendono meno.

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