Freddie Mercury, la rockstar che mostró l’AIDS al mondo

Di pubblicato su Parliamone il 05/09/2016
Freddie Mercury, la rockstar che mostró l'AIDS al mondo

Il 5 di settembre del 1946 nasceva a Zanzibar Farrokh Bulsara, famoso come Freddie Mercury, leggendaria voce dei Queen e simbolo della libertà gay.

Se non fosse scomparso prematuramente il 24 novembre del 1991, a Londra, in pieno apogeo della sua carriera artistica, Freddie Mercury avrebbe compiuto oggi 70 anni.

Me lo immagino seduto su di una elegante poltrona, le gambe accavallate, qualche capello bianco e quell’aria serena di chi é consapevole di aver ricevuto un gran dono dagli dei della musica.

Suoi sono 10 dei 17 successi dei Queen (Bohemian Rhapsody, Seven Seas of Rhye, Killer Queen, Somebody to Love, Good Old-Fashioned Lover Boy, We Are the Champions, Bicycle Race, Don’t Stop Me Now, Crazy Little Thing Called Love y Play the Game). Autore, interprete inarrivabile, rockstar immortale.

Un talento unico

La sua voce, unica per ampiezza di registro, capace di scivolare dal baritono al soprano, divenne emblematica e simbolo di un’epoca. Un dono naturale che ha scomodato persino la scienza. Pochi giorni fa, come narrato dalla catena NPR, alcuni scienziati europei provarono che Mercury era capace di modulare la frequenza della voce grazie al controllo delle fasce ventricolari, ottenendo cosi un effetto unico e riconoscibile.

Ma il successo internazionale arrivò anche grazie alla sua vis melodrammatica sul palcoscenico e un magnetismo invidiato da grandi del calibro de David Bowie. Ogni gesto, ogni acuto, ogni sguardo verso la platea, con il microfono attaccato alle labbra, era studiato, pensato, riprodotto per provocare una reazione ben definita.

Persino la scelta del nome Queen fu dettata dalla necessità di trasmettere una chiara connotazione ambigua, quando nel 1970 fondò il gruppo con Brian May e Rogert Taylor. Eppoi la passione per Elvis Presley e l’opera classica che verranno alla luce nelle hit ‘The great Pretender’ e ‘Barcelona’, firmata in collaborazione con la grande Montserrat Caballé.

I gay non fanno più paura

Ma non serve ricordare le canzoni, i dischi e i record di vendite dell’indimenticabile voce dei Queen. La figura di Freddie Mercury va ben oltre la musica, l’arte, l’intrattenimento.

Grazie al suo grande talento, per la prima volta il mondo si accorse che essere gay significava essere speciale, unico. Grazie al suo carisma e alla sua incredibile capacità di sedurre ogni tipo di platea, l’opinione pubblica comprese che, alle porte degli anni Duemila, era arrivato il momento di concedere un poco di rispetto alla realtà omosessuale.

Prima di lui, molti artisti e personaggi famosi cercarono di imporre a livello di comunicazione un messaggio emancipatorio della comunità gay. In realtà, fu solo grazie a Mercury che uomini e donne omosessuali trovarono il coraggio e la forza per affermare la propria libertà.

E, per la prima volta, ciò avveniva pubblicamente, attraverso il genio artistico di uno dei più grandi cantanti della storia. Il muro di Berlino, caduto nel 1989, fu parte di un fenomeno che proprio grazie al rock sorprese tutti. Agli occhi del mondo bigotto e ipocrita, l’essere gay non significava più macchiarsi di una colpa meramente sessuale, una vergogna e mero vizio.

Divenne principalmente anche amore. Quello che il leader dei Queen dimostrò verso la musica, i fan e tutti gli altri. Un affetto e dolcezza sempre presenti nei suoi testi e che lo accompagnarono persino nell’annunciato epilogo della sua esistenza terrena.

Coraggio de rockstar

il 23 di novembre del 1991, il cantante per la prima volta parlò ai giornalisti della sua malattia. Ammise di aver contratto il virus dell’AIDS pubblicamente e, allo stesso tempo, decise di alzare il sipario sulla parte più intima della sua vita.

Aveva scoperto di essere sieropositivo nel 1987 e molti dei videoclip di quel periodo (come ‘Show must go on’) furono appositamente girati per mascherare i segni del male. Anche nelle sue ultime canzoni iniziarono ad apparire tracce del suo dolore, mostrato con una nuova atmosfera, più cupa, drammatica.

La mattina del 24, dopo una notte insonne e resa interminabile da continue convulsioni, il fidanzato Jim Hutton chiamó il medico personale di Freddie che non poté far altro che iniettargli una dose di morfina. Passarono a visitarlo Elton John e Dave Clark, due dei suoi migliori amici, ma le condizioni dell’artista precipitarono.

L’artista sensibile e delicato si spense, lasciando il posto alla leggenda. Non solo di rockstar, ma anche e soprattutto di uomo coraggioso.

Freddie Mercury divenne il simbolo e la speranza per migliaia di persone malate di AIDS in tutto il mondo, accomunate dallo stesso dolore, dalla medesima paura e da una triste solitudine. Quella dell’emarginazione sociale, che il regista Jonathan Demme racconterá due anni più tardi, nel 1993, nel film ‘Philadelphia’ con Denzel Washington e uno straordinario Tom Hanks.

Se ne andò senza vergognarsi di mostrare al mondo il suo volto magro e segnato dal male oscuro dell’amore gay, un amore per cui Freddie dimostrò di essere pronto anche a morire, con coraggio.

The Show Must Go On.

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