Il pericoloso egoismo di essere madre

Di pubblicato su Parliamone il 18/07/2015
Il pericoloso egoismo di essere madre

Poche ore fa, quando nelle mie orecchie suonava la leggendaria ‘Simple Man’ de Lynyrd Skynyrd, sono finito casualmente a leggere un vecchio articolo di circa quattro anni fa che mi ha fatto scintillare ragionamenti che ora organizzerò sotto forma di parole.

La vicenda narrava la storia di un mezzo miracolo. Un neonato di 24 mesi, abortito per colpa di un labbro leporino, trovato ancora vivo nel corridoio di un ospedale calabrese da uno di quei preti che vigilano sulle anime dei sofferenti, o almeno così mi piace ad essi pensare.

La madre, dopo le necessarie visite, decise di abortire per paura di dare alla luce e dover crescere un essere umano con un problema che oggi è facilmente risolvibile con una semplice operazione durante il primo anno di vita del bambino.

Un comportamento del genere è davvero accettabile?

A volte fare un figlio è frutto di un atto sciagurato, di un incidente, frutto della superficialità o della fretta. Ma sono momenti ampiamente giustificabili, spesso dettati dalla poca esperienza e, altre volte, da un sentimento meramente istintivo.

Però uno degli elementi più negativi della società post-moderna è l’egoismo, come sappiamo bene, quando l’individuo è stato elevato a essere autoreferenziale e in contrasto con la società di cui eredita abitudini, linguaggio e valori, ma da cui sempre rifugge cercando di distinguersi ed emergere.

Per puro egoismo.

Lo stesso sapore lo troviamo nella storia dell’aborto brevemente riassunta, quando appunto anche fare un figlio diventa un atto di puro egoismo. Spesso si parla di maternità, pero non altrettanto della necessità di maternità che molte donne e coppie sperimentano.

Ecco allora che procreare, mettere alla luce un figlio diventa un obiettivo cruciale della propria esistenza.

La motivazione? Evitare la solitudine, cercare l’immortalità nel proiettare sulla società la nostra ombra, una rivalsa verso i propri famigliari o amici, voglia di dimostrare di essere individui completi e pienamente realizzati.

Un figlio si converte allora nell’ultima possibilità di redenzione umana: è un oggetto da mostrare nei parchi cittadini, argomento centrale di conversazioni tra amiche, riempie la vita in modo totale, facendoci dimenticare l’inutilità della nostra esistenza e ogni singolo fallimento.

Il punto della questione è proprio qui: un figlio significa possesso, è nostro, obbligato a stare con noi durante molti anni, come un’amante fedele incatenata a una condizione di inferiorità (economica e culturale), e ci permette di realizzare un profondo reset sul nostro passato.

Un padre e una madre, per i figli, sono il massimo: da loro riceviamo una investitura assoluta di valori, esempi, comportamenti e attitudini che rendono, all’apparenza, perfetti. Ci dimentichiamo però che marito e moglie, proprio grazie all’egoismo, proietteranno sui figli non l’immagine di ciò che realmente sono, anzi, creeranno un alter ego emozionale e culturale nascondendo alla prole i lati negativi, i vizi, gli sbagli, gli errori del passato. Il figlio è un incredibile viaggio verso il futuro, in sella a un cavallo cieco che sa camminare solo in avanti.

Un bambino è nostro, ci appartiene, offre affetto, carezze e baci in modo incondizionato: neanche lui sa perché, ma il legame con sua madre o con il padre basta per accettare un gesto spesso ipocrita.

Diventa strumento di legittimazione sociale, è fuga dalla realtà, magica alternativa di una vita finalmente piena e fattrice di una quotidianità sospesa nell’aria, capace di metabolizzare il passato e soffriggere una esistenza quasi irreale forgiata nell’egoismo di chi mette alla luce un nuovo essere senza la consapevolezza delle proprie azioni.

Maledetto sia chi fa un figlio per mostrarlo, per essere migliore, per nascondere i propri insuccessi per utilizzarlo come rivalsa contro la vita.

E quella madre che uccide il suo neonato per paura che sia ‘diverso’, ‘strano’, ‘brutto’, per non saper affrontare il giudizio degli altri, o sopportare commenti e sguardi di amici e conoscenti, smette di essere persona viva, meritevole di rispetto e amore, perché uccidendo lui, inevitabilmente, ammazza anche se stessa.

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