Il problema morale della crisi

Di pubblicato su Parliamone il 18/07/2014
Il problema morale della crisi

Non sono una persona colta. E nemmeno tanto intelligente, anzi. Però mi piace cercare il significato delle cose nell’ombra, andando spesso contro al senso comune e, per questo, vengo scambiato per un tipo troppo creativo.

Ogni giorno leggiamo della crisi, ogni giorno radio, televisioni e nelle chiacchierate con qualche conoscente, salta fuori questa parola di cinque letterine con cui è possibile aprire e chiudere qualsiasi argomento.

C’è crisi. Silenzio e tutti a casa.

L’errore principale, il peccato originale, è di considerare la crisi come mera causa. Di lei sono tutte le colpe e in sua assenza, ogni cosa avrebbe un aspetto e un sapore migliori.

Al contrario, ella è una conseguenza. Frutto di un comportamento umano squilibrato ripetuto da tanti individui che, per emulazione o comodità, han fatto propri modelli inadeguati. La crisi finanziaria, non solo economica, è l’alter ego di una profonda crisi morale, nel significato suo più superficiale ed elementare: quello materiale.

C’è stato un momento in cui l’uomo, (oggi non più cittadino, ma utente e consumatore) ha smesso di accettare il sacrificio per ottenere il più, ciò che anche altri, migliori di lui, avevano. Si è passati dal ‘voler avere’ (che sottintende un concetto di sforzo e volontà) al ‘pretendere’. Pretendere di volere un’auto più costosa (non migliore), una casa meglio arredata, un televisore più grande, un telefonino o un orologio più vistosi, scarpe e abiti più appariscenti, alla moda. Simboli, elementi riconoscibili per comunicare agli altri che siamo persone benestanti, sicure e affidabili.

Il problema della presunzione ha un valore quasi perverso: pretendo qualcosa che non merito e che so di non potermi permettere. Come dire: intanto compro, poi si vedrà.

Per crisi intendiamo un concetto che nasce dalla mancanza di equilibrio, un dislivello tra il dare e l’avere, tra l’offrire ed il ricevere: un vuoto. Qualcosa di simile a quando la terza rata del mutuo per la casa in zona centrale non è coperta dal mio stipendio, quando il leasing della nuova auto mi strozza e devo decidere se pagare l’idraulico o rinnovare l’abbonamento della TV satellitare. Non possiamo lamentarci e prendercela con questa parolina di cinque lettere: dobbiamo iniziare a pensare che è anche e soprattutto colpa nostra.

Quanti telefonini abbiamo in casa? Quale è il numero di televisori? Andiamo spesso al ristorante? Cambiamo l’auto una volta all’anno?

Il diritto a lamentarsi, semmai, l’hanno coloro che hanno saggiamente mantenuto un comportamento sano e coerente con il proprio livello sociale, senza intentare scalate motivate sul piano dell’apparenza.

Ma per loro la crisi è diversa, la lungimiranza è un solido tetto sotto cui troveranno riparo. Diamoci una misura, suvvia. È vero che putroppo esistono situazioni limite capaci di annichilire anche i patrimoni più rotondi (salute, cause legali…), però parliamo di episodi non frutto di una scelta, semmai provocati e, per giunta, involontariamente.

La crisi è invece certamente figlia di scelte sbagliate. Nasce da una scatenante cupidigia, dal volere troppo e subito, dall’ossessione per il possesso che distrugge valori come il tempo, il sacrificio e l’equilibrio di cui parlavamo prima.

Un problema quindi prettamente morale: pretendere ciò che non si merita, che non spetta e che, ironia della sorte, spesso nemmeno ci serve.

(Nella foto, la celebre tela di Quentin Massys, Il banchiere e sua moglie del 1514)

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