Immigrazione in Italia, trent’anni di fallimenti

Di pubblicato su Parliamone il 04/06/2016
Immigrazione in Italia, trent'anni di fallimenti

Priva di una vera politica di prevenzione e gestione dell’immigrazione, l’Italia è ancora incapace di assumere un ruolo cruciale nel contesto mediterraneo.

Sono passati quasi trent’anni dalla famosa Legge n. 943 del 30 dicembre 1986 che puntava a stabilire norme “…contro le immigrazioni clandestine”.

Oggi l’Italia può vantare una cittadinanza finalmente eterogenea, multiculturale e internazionale in cui spiccano le comunità rumena, (oltre un milione di residenti regolari al 1° gennaio 2015), albanese (poco meno di 500 mila), marocchina (circa 400 mila) e cinese (oltre 260 mila).

I mezzi di comunicazione fanno a gara nel presentare l’immigrazione come un problema e una minaccia, invece di descrivere e sottolineare gli enormi vantaggi storici che essa comporta (di carattere culturale, sociale ed economico), attraverso un bombardamento semantico che punta a terrorizzare e spaventare la fragilissima e immatura opinione pubblica. Nel gergo giornalistico vi è proliferare di termini che ci raccontano i flussi provenienti, in prevalenza da Africa e Medio Oriente, come una vera e propria invasione mentre, al contrario, i numeri effettivi di questi ‘sbarchi’ rispettano statistiche storicamente consolidate senza significativi incrementi, nonostante i vicini ed irrisolti conflitti mediorientali.

Distogliendo l’attenzione dal problema politico italiano, si centra il discorso spettacolarizzando la tragedia e traendo profitto dalle storie personali di vittime di un disequilibrio economico creato e sostenuto dall’Occidente che, in modo tremendamente opportunista, riesce persino a trarre beneficio dal dramma: sia con le mafie che gestiscono i centri di accoglienza, sia nella filtrazione di aiuti provenienti dalle Comunità Internazionali sia a livello artistico e cinematografico, con reporter e cineasti che tornano a casa con premi e notorietà sulla falsa onda emotiva creata nel passivo pubblico occidentale, capace di piangere davanti allo schermo ma che poi, nei fatti, ripudia il prossimo e reagisce negativamente rispetto alla richiesta di soccorso delle popolazioni migranti.

L’Italia ha una posizione geografica storicamente cruciale nel contesto mediterraneo: ciononostante sembra che nessun governo abbia mai considerato questa situazione come l’unica opportunità per dimostrare al mondo l’importanza del nostro paese.

In trent’anni, non siamo stati capaci di creare, gestire e sviluppare una task force interculturale dedicata alla prevenzione, accoglienza e gestione dei flussi procedenti dalle cugine terre africane: appena 140 chilometri dividono la Sicilia dalla Tunisia eppure la nostra sensibilità nel percepire un’indispensabile attenzione al problema immigrazione è sempre stata nulla.

Trovarci nel bel mezzo del Mare Nostrum rappresentava un enorme vantaggio: l’Italia non solo sarebbe automaticamente divenuta il punto di snodo e controllo dei maggiori flussi migratori verso l’Europa ma, addirittura, avrebbe potuto ricoprire un ruolo sociale storico per tutto l’Occidente, attraverso esemplari politiche di solidarietà e intervento umanitario.

Le relazioni con i traballanti governi d’oltremare sono state create in maniera sommaria, delegando loro aspetti delicatissimi e subendo la pressione di facili vantaggi economici e tornaconti personali. Non abbiamo impiantato nessuna buona prassi, non abbiamo insegnato né esportato sicurezza, non abbiamo creato le condizioni diplomatiche per gestire le partenze: in una parola sola, per anni siamo stati fermi a guardare come se i flussi, prima o poi, fossero destinati a interrompersi automaticamente.

Allo stesso modo sorprende la mancanza di una qualsivoglia proiezione statistica delle migrazioni: possibile che ancora ci sorprendiamo nell’osservare l’arrivo di barconi e zattere a motore? Possibile che non si possa prevedere un flusso che dura da decenni attraverso semplici statistiche e proiezioni annuali?

L’aspetto comunque più grave è figlio della nostra incapacità di formare specialisti dell’immigrazione: pur stando a meno di 200 km dall’Africa, ancora oggi nei centri di accoglienza non esistono professionisti capaci di interagire e comunicare sul piano linguistico e culturale con i nostri ospiti. La comunicazione è fondamentale per garantire un approccio più umano e facilitare il controllo di eventuali anomalie. Possibile che non siamo riusciti a creare gruppi di lavoro internazionali, anche con la contrattazione di personale straniero, nativo dei paesi più critici, in modo da poter rispondere in modo rapido ed efficace ad esigenze di persone vittime di situazioni già complicate?

Diamine: siamo l’Italia, non Lussemburgo! E’ inevitabile che le nostre coste siano usate como passerella dai rifugiati di Egitto, Tunisia, Siria ma anche di Ghana, Nigeria fino allo Sri Lanka…

Considerato tutto ciò, appare evidente come la paura di molti sia frutto più della scarsa fiducia nelle istituzioni che nell’improbabile invasione di saraceni e mori invocata da alcuni politicanti arrivisti. L‘Italia è un paese che storicamente ha dimostrato di possedere una grande umanità, di cui essere orgogliosi ma che deve essere risvegliata al più presto.

Dovremo essere noi la soluzione al problema dell’immigrazione, mentre tutt’oggi siamo purtroppo parte di esso.

2 Comments

  1. Marco da La Spezia

    04/06/2016 at 16:00

    E figuriamoci… Benito Buonanima… Qua si pappano tutto chiaro che poi non resta nulla per qualsivoglia azione sociale.

  2. raffaella

    05/06/2016 at 21:01

    comunque una cosa sono gli immigrati un’altra cosa sono gli invasori perchè i musulmani ci stanno proprio invadendo

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