Isabelle Dinoire uccisa dalle cure antirigetto, ma c’è speranza per i trapianti

Di pubblicato su Parliamone il 07/09/2016
Isabelle Dinoire uccisa dalle cure antirigetto, ma c'è speranza

La francese Isabelle Dinoire, divenuta famosa per il primo trapianto di faccia al mondo, è morta ad aprile per un cancro provocato dai farmaci antirigetto.

Le sue cicatrici fecero il giro del mondo, spaventando l’opinione pubblica e dando il via a interessanti interrogativi etici. Un team di specialisti, diretto dal professor Bernard Devauchelle, realizzò su di lei il primo trapianto di faccia al mondo. La donna, svenuta dopo un tentativo di suicido, venne morsa ripetutamente del proprio cane labrador. La profondità delle ferite e la lacerazione dei tessuti, obbligarono i medici a percorrere la sconosciuta strada del trapianto. L’intervento durò oltre 15 ore e permise alla chirurgia maxillofacciale di compiere importanti progressi.

Isabelle Dinoire è morta il 22 di aprile a 49 anni, per un cancro indotto dai potenti farmaci che assumeva da anni per contenere i danni collaterali del trapianto. A darne notizia (riportata da Le Figaro) sono stati i medici dell’Ospedale Universitario di Amiens, dove fu operata e che controllavano i continui episodi di rigetto. Il passato inverno, la donna aveva perso l’uso di gran parte delle labbra.

Una fine tragica, per una vicenda iniziata in modo altrettanto triste. La solitudine, la depressione, culminata nel tentativo di suicidio, ingerendo alte dosi di sonnifero Eppoi il risveglio, insanguinato, con accanto il cane che le aveva letteralmente strappato il volto.

Dopo 138 giorni la notizia è arrivata ai mezzi di comunicazione solo poche ore fa. Si è voluto rispettare il dolore dei familiari ma anche evitare possibili polemiche relative alle pesanti cure necessarie per combattere il rigetto nei trapianti di faccia.

Farmaci che uccidono

In sostanza, Isabelle Dinoire ha perso la vita mentre lottava per il suo diritto, come persona ed essere vivente, di avere un volto. Non è immaginabile una vita senza possedere propri tratti somatici e poco importa se il donante è diverso da noi. L’uomo è pronto a tutto pur di recuperare la sua dignità, persino è disposto a drogarsi per il resto della vita.

I farmaci antirigetto sono sostanze usate in medicina per impedire le reazioni ai trapianti. Funzionano come modulatori dei meccanismi immunitari (immunosoppressori). Il loro bersaglio sono i linfociti T che vengono praticamente disattivati. Esistono vari tipi di questi farmaci (divisi in anticorpi monoclonali, policlonali, inibitori e antiproliferativi). ma ciò che importa sono i loro effetti collaterali che, sebbene dipendano dal tipo di molecola e azione, portano a un incremento del rischio di infezioni virali, batteriche e fungine, proprio in conseguenza all’inibizione del nostro sistema immunitario.

Isabelle accettò questo rischio e, come lei, milioni di pazienti. Una posta in gioco alta, massima, ma ben accetta pur di guadagnare tempo.

Una speranza per il futuro

Per le conseguenze terribili e spesso fatali dei farmaci antirigetto, è necessario cercare soluzioni alternative nel trattamento dei trapianti.

A luglio, ricercatori dell’Istituto Mario Negri di Bergamo hanno annunciato aver iniziato una nuova terapia antirigetto davvero innovativa e molto meno dannosa per l’organismo. Le cellule staminali sarebbero più efficaci dei farmaci tradizionali nell’inibire il sistema immunitario.

Il primo paziente al mondo è stato sottoposto, proprio nello stesso Istituto, a un’infusione delle proprie cellule staminali dopo il trapianto. Un’alternativa al metodo americano, più pericoloso, di sostituire il midollo osseo del ricevente con quello del donatore, e che apre la porta a nuove speranze.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *