Islam significa guerra?

Di pubblicato su Parliamone il 29/07/2015
Islam significa guerra?

Dei 14 conflitti armati tuttora esistenti del mondo, ben 12 interessano paesi musulmani. Ma davvero l’Islam è sinonimo di guerra, violenza e morte?

Sappiamo da tempo che la religione, storicamente, svolge unastrategica funzione nella nascita e sviluppo dei conflitti armati.

È un eccellente veicoli di valori, appositamente modificati ed interpretati a seconda degli interessi e delle situazioni, motivazionale, pretestuosa e premiante per i quei fedeli che sono capaci di dimostrare la propria osservanza fino all’estremo sacrificio.

In realtà c’è ben poco Dio nel sangue, nello stupro, nel genocidio e nella pulizia etnica.

L’uomo, furbo e ambiguo, riesce a cambiare nomi e trame delle proprie leggende per riuscire a giustificare la propria sete di violenza, la sua innata predilezione per l’annientamento dell’altro e del diverso.

Chi oggi storce in naso nell’accogliente salotto di casa sua, guardando sul teleschermo le immagini di attentati e decapitazioni, raramente possiede la coerenza per ricordare la nostra violenza e il nostro terrorismo occidentale, quello che dipinse nel sangue la storia dell’Impero Romano, delle Invasioni Barbariche, dal Medio Evo fino al Rinascimento, passando per il colonialismo spagnolo, le Grandi Rivoluzioni e ben due conflitti, chiamati Mondiali, ma in prevalenza combattuti tra Pirenei e Mar Nero.

Da cinquant’anni lo scenario si è spostato in Africa, Asia Occidentale (Medio Oriente) e Asia Meridionale: esistono moltissimi conflitti armatie dodici di questi interessano Palestina, Israele, Afganistan, Pakistan, Somalia, Yemen, Nigeria, Siria, Turchia, Libano, Iraq, Sudan, Libia.

Si combatte (come in Nigeria) per annichilire altri credi ma anche (come in Yemen) per annientare la corrente opposta alla propriafede. Tutti ormai abbiamo nozione dei due termini sciita e sunnita però evidentemente cercare del senso nella lotta fratricida tra tribù e derivazioni religiose è francamente una perdita di tempo.

In fin dei conti tutto si riduce a un pretesto che permette di ampliare un territorio, controllare il potere e, sicuramente, qualche pozzo di petrolio o risorsa minearia e di gas.

Anche nell’azione militare ormai i dubbi della valenza religiosa sono sotto gli occhi di tutti. Negli ultimo giorni abbiamo assistito a tre efferati attentati: in Somalia, a Mogadiscio, gli Shebab hanno fatto fuori 13 persone con una bomba installata nell’Hotel al Jazeera; i Boko Haram continuano a far saltare per aria ragazzine, tre giorni fa una malata di mente in un mercato; in Camerun una bambina di 10 anni si è fatta saltare in aria in un ristorante.

Innocenti ammazzati da altri innocenti. Non esiste alcun legame sostanziale con la religione. Non esiste nessuna motivazione plausibile nell’uccidere un tuo simile: la guerra santa è qualcosa che riguarda noi bianchi, l’Occidente infedele, i perennemente odiati americani.

Ma allora perché i musulmani continuano ad ammazzarsi tra di loro? Certo, le vittime occidentali sono molte, ma comunque in numero assai inferiore ai ‘locali’. È una mattanza caotica, incoerenza, senza nessuna strategia, nessun obiettivo concreto, continuando ad ammassare corpi senza vita di ex amici, conoscenti, vicini di casa.

Sono paesi islamici… Ciò basta per appoggiare la tesi dell’Islam omicida?

Le ragioni di questa concentrazione di odio e violenza hanno radici ben più profonde e antiche. Tendiamo a individuare nell’Islam il comun denominatore dei paesi in pieno conflitto e assediati dal terrorismo.

In realtà gli elementi che davvero li accomunano sono altri, per esempiola disperazione ed il caos.

Caos culturale, politico, sociale. Parliamo di nazioni per lo più assemblate dall’uomo bianco, di tribù con una complessità identitaria che si sono ritrovati stretti in confini inadeguati, di una coscienza civile ancora primordiale e che nessuno ha avuto il tempo e la voglia di insegnare.

Le strade impolverate, il saccheggio occidentale, la corruzione delle multinazionali, il traffico di droga, armi e persone, sono la base di questa società in preda al panico e vittima della paura verso tutto e tutti.

Ma quale religione, ma quale Islam. Parliamo di analfabetismo, malattie, scarsità, disordine sociale che è anche disordine psicologico e che trova soltanto nella violenza la sua forma più semplice e diretta di comunicare il disagio.

La lotta al terrorismo, che è anche lotta alla segregazione, al concetto di terzomondismo assoluto, passa inevitabilmente per un discorso molto più ampio in cui dobbiamo partecipare tutti, perchè l’ambiguità dell’Occidente è pericolosa almeno quanto il fanatismo religioso, come coloro che denunciano gli attentati scrivendo sui tabloid sponsorizzati dai trafficanti d’armi o dalle farmaceutiche che lucrano sulle epidemie africane.

Quando verrà restituito valore alla vita, quando l’aspettativa di vita di un giovane africano o arabo sarà superiore a quella di un soldato di prima linea della Prima Guerra Mondiale, allora i fucili verranno lasciati a terra, nella polvere e si potrà iniziare a pensare all’indomani, al futuro e persino a sognare.

L’Isis non è l’Islam, ma soltanto un altro gruppo criminale che sfrutta le fratture sociali in cui si infiltra facilmente. Il loro livello di pericolosità spaventa forse perché é più prossimo a noi rispetto agli altrettanto sanguinari trafficanti messicani o colombiani.

Anche noi abbiamo il nostro Isis, che è quello della mafia politica, della corruzione bancaria, degli sfratti omocidi. Tutti fenomeni diversi in società e culture diverse ma che, in similar misura, mietono vittime.

Lo Stato Islamico cesserà di esistere presto e forse lo ricorderemo comeun drammatico ma utile point of no return capace di smuovere le coscienze di chi ha voglia di costruire un’alternativa a un mondo di sangue che anche l’Occidente ha contribuito purtroppo a costruire.

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