Italia Vendesi: gli stranieri ci comprano

Di pubblicato su Parliamone il 29/07/2015
Italia Vendesi gli stranieri ci comprano

Dopo la recente vendita di Italcementi ai tedeschi di Heidelberg, ritorna la polemica sulla situazione di molte aziende italiane finite in mano straniera.

Un altro pezzo dell’industria italiana se ne va all’estero. Poche ore fa è stata data notizia ufficiale dell’acquisto di Italcementi da parte dei teutonici HeidelbergCement che, grazie al nuovo sangue nostrano, potranno divenire il secondo colosso mondiale del settore.

Negli ultimi anni, la vendita (in alcuni casi svendita) di alcuni tra i principali gioielli di famiglia è stata davvero imponenente. Il nostro paese (alcuni si domandano se esite ancora) non solo perde marchi importanti e distintivi del sempre più impoverito made in Italy, ma finisce per rafforzare posizioni ed economie di paesi stranieri non sempre benevoli con lo Stivale.

Il procedimento è pressochè sempre lo stesso: borsa, azioni, cessione della proprietà e OPA che sancisce il completamento dell’acquisizione.

Un anno fa perdemmo Indesit della famiglia Merloni, ceduta nelle mani degli americani della Whirpool.

Dal 2008 sono oltre 500 (dati Eurispes) le aziende italiane vendute o inglobate in multinazionali estere, a fronte di una spesa che supera i 60 miliardi di euro. Insomma, qualcosa indietro è tornato, ma c’è ben poco da stare allegri.

Viviamo in un mondo globalizzato in cui sicuramente è anacronistico parlare di ‘aziende italiane’ in senso stretto: spesso alcune strutture sono di competenza estera e la necessità di ridurre i costi ha spinto molti settori a delocalizzare parti importanti delle produzione (Asia, Est Europa…).

La conseguenza di questa ormai continua vendita rivela una situazione davvero critica. Da un lato l’incapacità di imprenditori, banche e istituzioni a pianificare interventi capaci a rilanciare il futuro delle nostre aziende, dall’altro un danno di immagine grave che paghiamo tutti come Sistema Paese.

Senza considerare l’antipatico cambio di proprietà (anche se in Italia viene delegata comunque parte della direzione operativa, anche dopo la vendita) che ricade prevalentemente su lavoratori e consumatori.

In primo luogo cessa di esistere il famoso vincolo territoriale che è anche sociale: lo spettro di un cambio di sede, di una rilocalizzazione o di licenziamenti poco etici è molto tangibile.

In secondo luogo, ed è spesso inevitabile, la qualità dei prodotti e delle relazioni peggiora, come conseguenza di una differente filosofia evidentemente non corrispondente a determinati target nazionali.

Per ora l’estro e la sregolatezza italiana riescono a mantenere da noi alcuni marchi: mi domando quanto ancora potremo resistere.

I peggiori ‘nemici’? Sicuramente i francesi: LVMH si è già presaBulgari, Fendi, Emilio Pucci, mentre Gucci è finita nelle mani delle PPR con i transalpini della Lactalis che comprarono, nel 2011, la Parmalat, aggiungendola a Galbani, Locatelli e Invernizzi. Francese anche la ditta Cristalco che controlla Eridania, la più grande società saccarifera italiana fondata nel 1899 a Genova…

Di seguito, un breve ma interessante elenco con le principali aziende straniere che hanno fatto man bassa in Italia:

Unilever: ha comprato Algida, la Sorbetteria Ranieri, Riso Flora, Bertolli e le marmellate Santa Rosa.

Kraft: i giganti americani hanno Fattorie Osella, Negroni, Simmenthal, Gruppo Fini, Splendid e anche i biscotti Saiwa.

Nestlé: spaventa il numero dei marchi italiani, tra cui spiccanoPerugina, Berni, Sanpellegrino, Levissima, Acqua Panna, Recoaro, Claudia

Leaf International BV: gli olandesi hanno Sperlari, Saila, Dietorelle,Dietor.

SABMiller plc: i sudafricani controllano la Birra Peroni e la Nasto Azzurro.

Campofrio: gli spagnoli hanno la famosa Norcineria Fiorucci.

Constellation Brands: nel 2004 il Gruppo Gancia passa agli americani.

Volkswagen: i tedeschi hanno Ducati e Lamborghini.

Itochu Corporation: i giapponesi riuscirono ad ottenere Conbipel, Sergio Tacchini, Belfe, Mandarina Duck, Coccinelle, Safilo, Ferrè, Miss Sixty-Energie, Lumberjack e Valentino S.p.A., molti di questi marchi sono poi stati addirittura rivenduti.

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