John McCulligan: “La nuova musica è morta”

Di pubblicato su Parliamone il 18/07/2015
John McCulligan: "La nuova musica è morta"

Uno dei personaggi più interessanti della scena musicale freelance è sicuramente lo scozzese John McCulligan, veterano dei redattori anglosassoni che per primo, già a partire dagli Anni Ottanta, comprese il cambiamento dell’universo giornalistico. A soli 21 anni, fresco laureato a Glasgow, decise di abbandonare le solide e familiari colonne del Glasgow Daily Times per iniziare a scrivere per una dozzina di newspapers di tutto il mondo. La sua passione musicale lo ha spinto a intervistare personaggi del calibro di Mick Jagger, Michael Jackson e esponenti della politica internazionale come Nelson Mandela o l’ex presidente venezuelano Hugo Chavez.

John, come vedi il futuro della musica?

Sono, o per meglio dire, siamo abbastanza preoccupai noi qui, dall’altro lato della Manica. Voi italiani avete un’ottima cultura melodica e la vostra provincialità, in senso buono e artistico, vi salva. Nel senso che realtà di folklore e tradizione sono probabilmente le uniche che, sul piano musicale, ancora hanno un futuro. Dire che oggi la musica è tutto uguale sarebbe una superficialità, un’esemplificazione banale a cui spesso si aggrappa chi ha poco talento. Però almeno posso dire che si somiglia tanto, troppo. Siamo passati dalla sperimentazione positiva che produceva risultati e creava correnti e gusti, all’opposto, ovvero imporre al pubblico stereotipi stilistici decisi a tavolino dai direttori marketing. Vedo poca arte e troppo business. Ma questa è solo l’opinione di un vecchio scribacchino.

John McCulliganLa tecnologia certamente non aiuta: io vedo molto appiattimento, voglio dire, alla fine viene messa online qualsiasi cosa… E addio qualità.

App, siti Internet, piattaforme di streaming hanno massificato la musica rendendola accessibile e a buon mercato. Però anche qui l’obiettivo di tutti era fare soldi, nel minor tempo possibile. E quando fagociti elementi come il tempo, lo studio, la crescita e lo scambio di nessi culturali, fagociti la qualità. Tanta disponibilità di musica? Certamente si, ma la quantità di ‘buona musica’ è sempre presente in minor parte.

Sono d’accordo. Inoltre esiste un peccato originale che è quello della presunzione di talento. Prima un artista scriveva canzoni per sfogarsi, lottare, comunicare. Oggi sembra che si guardi alla musica come ad una professione facilmente accessibile ed altamente remunerativa: tutti possono cantare e andare a qualche reality…

Esatto, la deriva motivazionale incide profondamente sui risultati. Ogni giorno ascolto dai cinque agli otto dischi di ‘musica indie’ (termine che ormai serve per qualsiasi cosa) e il talento è proprio poco. 

Mi serve di più, John. Fammi qualche esempio, non mi basta!

Va bene, diciamo che posso definire almeno tre stereotipi tipici del musicista moderno, inteso come quella persona con un minimo di potenziale che ambisce ad affermarsi nel circuito mainstream. Ci sono i volenterosi, quelli che tecnicamente hanno lavorato molto ma che finiscono per assomigliarsi gli uni agli altri: troppo rigore stilistico affievolisce l’istinto e l’originalità, in una parola, il cuore. Poi ci sono i talentuosi pigri, che magari hanno un dono, una qualità: sanno rimare, hanno un buon falsetto o un ampia scala vocale. Però non si applicano o per mancanza di soldi o perché pensano che il talento non vada allenato. Superficiali. Infine ci sono le persone semplici, gli ingenui pericolosi, illusi fino al midosso e incapaci di guardarsi allo specchio senza che il proprio ego superi le stelle. Spazzatura musicale che viene immessa senza controllo nel mucchione dei cantanti e gruppi emergenti e che finiscono per intorpidire l’acqua a tal punto da coprire anche i possibili outsider.

Ecco quindi perché gli A/R hanno messo i remi in barca e aspettano che la musica arrivi a loro…

Certo, però non so quanto potrà durare questo meccanismo. YouTube, le reti sociali… Certo qualche buona cosa continua a venire fuori, ma sono convinto che là fuori c’è qualche James Brown che non riesce a sbarcare il lunario e finché non riusciremo a dare ai veri ‘number one’ lo spazio adeguato, piano piano, la musica si appiattirà sempre verso il basso e non ci rimarrà altro che rimasterizzare, rieditare e clonare i pezzi del passato.

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