Ecco perché la nuova Roma non piace (e vince poco)

Di pubblicato su Parliamone il 30/08/2016
Ecco perchè la nuova Roma non piace (e vince poco)

La nuova Roma, creata senza giovani talenti, con stranieri di dubbia qualità, calpestando i sogni dei tifosi, non solo non vince ma non piace nemmeno più.

C’è qualcosa di infantile nel tuffo di Luciano Spalletti sul praticello dell’area tecnica della panchina della Roma, mostrato in diretta TV dopo il pareggio del Cagliari al Sant’Elia.

Un gesto goffo, inappropriato e fuori luogo, per un uomo di quasi sessant’anni. Quel lasciarsi cadere prono, sul campo, rivela uno stato psicologico critico. Lo stratega, il condottiero, la mente pensante della squadra finisce, sfinito e sconfitto, con il volto immerso tra i ciuffi d’erba. Le gambe non riescono più a sopportare il peso del corpo, tremano, si piegano. Delusione, frustrazione ma soprattutto sfinimento. È il gesto di chi ha perso tutto, di chi no ha nemmeno più la forza di mantenersi dritto.

Povero Spalletti, verrebbe da dire. Il toscano ha interiorizzato tanto la Roma da vivere le sue vicissitudini in modo totale. Sembra essere l’unico davvero interessato alla causa romanista, al dispetto di calciatori e dirigenti.

La nuova Roma americana si risveglia ritrovandosi allo stesso punto di partenza di sei anni fa, se non peggio. Non piace, non è simpatica e continua a vincere poco. Ciò che sorprende di più, è che le ragioni di questo evidente fallimento manageriale sono semplici ed evidenti, sotto gli occhi di tutti.

Uno degli elementi fondanti per costruire una squadra vincente è la sua identità. Chiamatela anche romanità o spirito di appartenenza. Se analizziamo la rosa, la nuova Roma conta solo su tre giocatori frutto del proprio vivaio (Totti, De Rossi e Florenzi) con un unico quarto italiano (El Shaarawy) abilitati a giocare nella massima categoria. Ovvero, non esiste uno spirito identitario, tipico, autoctono, capace di sedimentare sentimento di appartenenza e produrre attaccamento alla maglia che è, nei casi di emergenza, l’unica molla per far esplodere il sacrificio e l’abnegazione. Troppi stranieri, davvero troppi e, purtroppo, anche di scarsa qualità o con un temperamento poco positivo. Possiamo citare Nainggolan come eccezione, unico a scendere in campo contro il Porto, ma proprio nella mancanza di sangue bollente romano (e italiano) spolveriamo il primo gradino del fallimento. Senza cuore, non serve avere buoni piedi, perché è il cuore che pompa il sangue nelle vene ed è meravigliosamente contagioso, sopratutto quando le cose vanno male.

Ma è proprio la dirigenza che, prima d’ogni cosa, ha cercato di strappare quella passionalità da sempre distingueva la AS Roma. Povera, sconfitta, ma libera e guascona. I cori del vecchio Commando Ultrà accompagnarono anni fatti di rimonte storiche e partite eroiche. Non si vinceva lo stesso, ma almeno ci si metteva il cuore.

Il pubblico giallorosso accettò di rinunciare ai sentimenti, al passato, in cambio della vittoria come frutto della modernità e della tecnica. Ma questo scambio non è mai avvenuto. Ci ritroviamo, ora, con una squadra senza anima, imbottita di stranierucci, partner del potere nordista, per giunta senza tecnica né talento. Guardiamoci negli occhi: nonostante i suoi 39 anni, il calciatore tecnicamente più valido è ancora Francesco.

Secondo punto: mancanza totale di pianificazione sportiva. È impensabile che in una città come Roma (quasi 5 milioni di abitanti), non ci siano dirigenti e allenatori capaci di tirare fuori un solo portiere valido, italiano e romano. Per quale motivo poi? Per far giocare Lobont, Artur, Julio Sergio, Doni o Stekelenburg? Stesso discorso per tutti gli altri settori del campo: i tifosi sarebbero orgogliosi di perdere giocando con giovani volenterosi e agguerriti, piuttosto che perdere sopportando le papere di pseudo stelline asfittiche, provenienti da campionati che poco hanno a che vedere con il nostro.

La nuova Roma non ha cuore, non ha talento e non ha giovani.

Si chiacchiera sull’importanza del marchio, ma é solo fumo, smanie di grandezza, presunzione foderata di carta stagnola. La fama di un club si costruisce con i risultati e non cambiando il logo o creando una pagina web in più lingue. Soprattutto se è solamente il tifoso romanista che compra, acquista, spende e supporta la società. Si guarda al mercato asiatico mentre si stuprano sogni e aspettative del tifoso che era qui ancor prima dell’arrivo della nuova gestione. Si perde il contatto con il territorio, si vanifica il vincolo creato in quasi un secolo di storia, creando disamore e allontanamento. Tutto per vendere un paio di magliette giallorosse a Singapore.

Siamo diventati, in sei anni, un club con molta apparenza e poca sostanza. Avere la stessa maglietta Nike del Barcellona non ci rende come il Barcellona. Non la meritiamo, non ci è stata offerta per le vittorie ma è frutto di un accordo commerciale. Viene mostrata come un risultato della società, un traguardo. Ma la bacheca è più vuota di quella del Siviglia.

È una politica meramente autoreferenziale. Si strillano proclami, si lancia l’idea di un nuovo stadio, ma siamo sempre e solo la squadra più forte del Raccordo Anulare.

Una verità dimostrata dall’incapacità gestionale, rispecchiata dalla vendita dei nostri migliori calciatori. La differenza tra una squadra di livello e una provinciale sta proprio nella sua capacità, e sforzo, di mantenere le proprie stelle al sicuro del calciomercato. Se si vendono elementi come Benatia o Pjanic, si commettono tre errori in un colpo solo, a livello aziendale, tecnico ed economico. Anzitutto, si produce una caduta d’immagine immediata all’esterno e che, internamente, può scoraggiare e demotivare chi resta. In secondo luogo si abbassa il livello tecnico complessivo della rosa. In ultimo, si spendono soldi e si spreca tempo nel vano tentativo di trovare possibili rincalzi, quasi mai all’altezza del compito.

Il gesto di sfinimento e rabbia di Spalletti riassume tutto questo caos situazionale che pervade la AS Roma, purtroppo, da diverso tempo.

Il grande interrogativo è uno solo: come mai chi tessera mezze cartucce, chi non sa crescere i vivai, chi non sa programmare né pianificare strategie economiche e sportive, continua a rimanere al proprio posto?

Probabilmente l’interesse della nuova gestione è meramente economico e, quindi, prescinde da qualsivoglia fatto sportivo. Così si spiegherebbe tutto. Dalla costruzione di una squadra che non vince, per sfruttare l’elastico emozionale del tifoso-consumatore, alla totale passività e mancanza di iniziativa dinanzi a problemi che, nei fatti, non vengono mai risolti.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *