Perché ci vergogniamo di aiutare gli altri?

Di pubblicato su Parliamone il 08/04/2017
Perché ci vergogniamo di aiutare gli altri

Il comportamento umano e lo stato d’animo si adattano al contesto. Scopriamo come mai i comportamenti positivi vengono scoraggiati dalla società moderna.

Bisogna essere onesti. Ogni giorno, veniamo bombardati da una rappresentazione della realtà parziale e profondamente sbagliata. Media e industrie culturali si sforzano con il mostrarci il lato oscuro dell’umanità. L’uomo è tremendamente violento, aggressivo. La sua esistenza, tra terrorismo, stupri e omicidi in serie, è destinata al fallimento, all’olocausto nucleare e alla distruzione dell’ambiente.

Ma come mai, all’improvviso, si è deciso di rafforzare così apertamente, i comportamenti negativi dell’uomo? Come mai accettiamo e fomentiamo l’emulazione ispirata da telefilm e videogiochi assolutamente violenti?

Sembra quasi che tutto ciò che appare su reti televisive, giornali e siti Internet, debba necessariamente includere un qualche aspetto macabro, per poter essere rilevante. Sangue, morte, dolore: su queste tre parole si basa la cronaca quotidiana imposta dalla classe dirigente.

La pubblicità del male che nutre l’egoismo

Ovviamente questa costruzione dialogica ha una motivazione. In primo luogo serve per stimolare una valutazione più ottimistica delle propria esistenza. Se vengo circondato da omicidi, ammazzamenti vari, esplosioni, risse e atti beceri, la mia triste esistenza, incasellata e forgiata dal consumismo, assumerà i contorni di una fiaba dei fratelli Grimm.

In secondo luogo, l’osservazione voyeuristica delle disgrazie altrui, produce un certo benessere psicologico. Viviamo in una società profondamente individualista e fredda, dove le relazioni sociali si misurano con i ‘Likes’ di Facebook e dove ogni sventura del prossimo è una piccola vittoria per l’individuo.

La bontà? Roba da supereroi

La bontà, roba da supereroi

Le piccole vittorie dell’umanità, le grandi scoperte scientifiche, i risultati confortanti di qualche ricercatore o i progressi delle comunità umane più deboli, quasi mai affiorano in superficie. L’effetto di emulazione positiva, dunque, non può avvenire se non grazie a uno specifico contesto familiare in cui, per intuizione di pochi, si spingono i più giovani al ragionare, al riflettere sul senso più generale delle cose.

Gli eroi della quotidianità vengono oscurati dai finti beniamini televisivi e cinematografici. Insomma, fare del bene, aiutare il prossimo o agire in modo positivo è considerato al pari di un super potere. Dunque viene automaticamente giustificato come qualcosa che non appartiene all’umanità, ma solo ai supereroi.

Mai fare del bene, anzi mai fare nulla

In un simile contesto socio-culturale, è inevitabile che la vergogna sia il primo freno al nostro voler essere buoni. La prima esigenza dell’individuo è quella di farsi accettare dal gruppo e rendersi riconoscibile. Ciò è possibile solo se agiamo in sintonia con il gruppo e se accettiamo di indossare i simboli della nostra appartenenza.

Ma, ovviamente, non seguiamo il comportamento ‘della massa’, ma soprattutto quelli messi in atto dai ‘leader’ della massa. I capobranco, per intenderci. Questa è la ragione per la quale ci tagliamo i capelli come Cristiano Ronaldo, vestiamo come Kanye West e usiamo parole di rapper ed altri cantastorie. Non siamo desiderosi di distinguerci, in positivo, anzi. Un rischio troppo pericoloso per chi, invece, cerca la tranquillizante e accogliente protezione del vivere omologati.

Allo stesso modo, in strada, rifiutiamo di dare un centesimo al mendicante, per paura di essere presi in giro. Sul posto di lavoro, rifiutiamo un aiuto al collega in difficoltà, per non sembrare deboli e in nome della concorrenza. Il vicino di casa che è disoccupato e ha bisogno davvero di aiuto, nemmeno lo salutiamo. Meglio abbandonarlo al proprio destino che dover dare spiegazione ai vicini. Con il nostro ego che ci ripete: “ci penseranno i suoi” oppure “se uno è povero o senza lavoro, si vede che se lo merita“. Poi, però, nella solitudine del nostro salotto, piangiamo dinanzi al teleschermo, se il protagonista perde il lavoro.

Smettiamo allora di dire che l’umanità è cattiva. Semmai, siamo noi ad esserlo.

La vergogna di aiutare è adulta

La vergogna è adulta

Solamente i più piccoli appaiono ancora parzialmente immuni al virus dell vergogna. Il loro animo è puro, aperto verso l’esterno, privo di pregiudizi. Soltanto ciò ci dimostra che definire, a priori, l’umanità come cattiva (selvaggia e violenta), è del tutto sbagliato ed approssimativo.

Se ci vergogniamo di dare pochi spiccioli a un senzatetto, di abbracciare un collega di lavoro o dire ‘ti voglio bene’ a un amico, significa semplicemente che non siamo liberi di stabilire le priorità del nostro contesto sociale. Così come i bambini non esitano a rinunciare al gelato, offrendo pochi euro a un homeless, gli adulti si preoccupano prima delle apparenze, fallendo miseramente come persone.

Essere buoni, positivi, generosi, è tutto fuorché qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi. Per poter riuscire a mettere da parte il nostro minuscolo ego, timoroso dei giudizi altrui e preoccupato solo dal mantenersi ben nascosto, al sicuro nella massa, dobbiamo cambiare il nostro punto di vista sul mondo. Non dobbiamo più limitarci a osservarlo per quello che è, ma cercare di vederlo per come dovrebbe essere.

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