Perché continuiamo a sposarci?

Di pubblicato su Parliamone il 12/12/2014
da cosa nasce sposarsi

La prima volta che vidi un matrimonio, anni e anni fa, ricordo con nitidezza la sensazione di profonda oppressione che provai. Vuoi per il vestitino stretto, il papillon che quasi non mi lasciava respirare, vuoi per un’afosa mattinata pugliese circondato da famigliari più o meno sconosciuti che non facevano altro che rimpinzarsi a più non posso.

Ancora oggi non nascondo la mia perplessità, ad amici e colleghi, nel parlare del matrimonio, quello che io considero un mero regalo che l’uomo offre alla donna come anticipo e pegno per tutte le mancanze ed errori che firmerà durante l’infinita convivenza. Non credo che l’uomo sia fatto per avere solo una donna, mi piace credere nella libertà di scegliere e cambiare ogni volta che se ne ha la voglia o l’opportunità e credo che stabilire a priori che una determinata persona sia perfetta per noi sia assolutamente arbitrario e frutto di circostanze temporanee.

Inoltre, rispetto l’amore, però credo che sia qualcosa che spetta ai belli. I brutti non amano. Semmai si accontentano e trascorrono i loro giorni ripetendosi una bugia che finisce per diventare così verosimile da sembrare, appunto, reale.

La modernità la conosciamo tutti, sta riducendo valori e tradizioni a barzellette fuori moda, ed i matrimoni sono in calo. Tuttavia però, come pubblica l’Istat, nel 2013 si sono celebrati ancora 194.057 matrimoni. Accidenti, mica pochi!

Nonostante la mia cattiveria, la mia freddezza ed il cinismo (tutti elementi figli di un’età in cui le frequentazioni non aiutano certo a cambiar d’opinione), sembra che il mondo vada in tutt’altra direzione.

Personalmente, per esempio, in questi giorni di piena estate sono afflitto da una vera e propria crisi monetaria. Altro che Grecia. Tra voli aerei, regali, vestiti e addii al celibato, arriverò a settembre senza l’ombra di un quattrino. Tanto più che, non sposandomi, questi miei investimenti per i matrimoni degli altri sono una valanga di soldi buttati e che non rivedrò mai.

Le situazioni che si vengono a creare, nell’approssimazione all’altare, sono di varia natura. Ma non parliamo di un ventaglio eccessivamente esteso, anzi. Coppie storiche, ragazzi appena conosciuti, storie estive, poco importa: alla fine alea iacta est e tutti felici e contenti.

Ma cosa ci spinge ancora oggi a sposarci?

Abbiamo conquistato molte libertà e sfatato vari miti: possiamo fare l’amore con chi vogliamo senza realizzare nessuna fuitina, sappiamo che anche le donne possono avere seri problemi d’igiene personale, abbiamo provato in prima persona il calo del desiderio e, soprattutto, non maturiamo affatto. Forse si migliora, con la convivenza, si accetta di più l’errore e l’imperfezione altrui, si cresce, si impara. Ma maturare, quello è un bell’altro paio di maniche. Per questo alla prima occasione ci si leva la fedina, si mente e via, come se avessimo ventidue anni.

Vogliamo avere una donna, un uomo, però resistiamo a fatica alla tentazione del nuovo, dell’inatteso, dell’esotico e del pericoloso. Esiste un vero problema di coerenza grave nel nostro spirito di esseri umani, come una piccola vocina che ci richiama ad una libertà caotica e primitiva che nulla a che vedere con la borghesizzata e tecnologica società post-moderna.

Probabilmente è solo una ennesima conseguenza di quel concetto di riprova sociale tanto caro allo psicologo statunitense Robert Cialdini (“Le armi della persuasione”).  Secondo Cialdini, infatti, alla base delle mode esiste la motivazione sociale dell’individuo a ripetere le azioni di altri soggetti. Potremmo quasi dire che ci sposiamo perché gli altri si sposano.

E mi va bene, ovvero, ci si può stare. Io stesso sono stato testimone di vere e proprie gare a chi si sposa prima, grottescamente inscenate da un paio di sorelle attempate e anche parecchio bruttine.

Ma non è solo questo. Vanno bene le pressioni esterne (famiglia, amici, la religione, l’ipoteca, anni di fidanzamento, impegno e coerenza) ma credo che alla base di tutto ci sia un perenne sentimento che ci accomuna tutti.

Parlo dell’ombra lunga della solitudine, che non è lo stare soli quanto piuttosto la paura di restare soli. Non una contingenza, quindi, bensì la proiezione di essa.

Se siamo particolarmente attraenti, ancora giovanili, disinibiti con l’altro sesso o emancipate, questo discorso può anche essere ovviato. Ma se rientriamo nell’umana normalità, sono dolori. A partire dei 35 anni è difficile trovare un compagno di viaggio, un amico disposto ancora a fare le quattro della mattina e con abbastanza soldi per potersi permettere un’avventura di un paio di settimane ai Caraibi.

Si smucina un poco nella pozzanghera di ciò che rimane, ogni tanto si ha fortuna e si racimola qualche diamante sporco, ma il resto sono pietruzze, allisciate dalla bruttezza del tempo e opache per la vergogna di qualche esperienza di troppo. Ci si incontra, sul lavoro, in un treno, un bus o su qualche chat. Di tempo ne è già passato troppo: pronti, via e già si è al Comune per firmare le carte.

Non conta la bellezza e nemmeno la simpatia. Vale il posto di lavoro, il livello di serietà e calma, l’istruzione… Altro che principesse e principi azzurri. Ebbene le chiese sono piene di questi matrimoni.

E a me piace sempre meno andarci, ecco tutto. Ripeto a me stesso che non ne faccio mai una giusta (e mai ne farò), per cui se devo pigliare per pigliare, tanto vale stare soli.

Ci aspettiamo dall’altro che ci dia affetto, carezze, comprensione e stima. E in cambio di questa aspettativa siamo pronti a rinnegare i nostri gusti, le nostre aspirazioni, finendo per assomigliare ad una persona completamente diversa. Che poi, un giorno all’altro, si riaffaccerà nuovamente nel momento meno opportuno, tirando all’aria il castello di carta messo su alla meno peggio.

Il tempo mette le persone al loro posto e, infatti, come pubblicano i ricercatori di Axerta, nel 2012 si sono registrati 311 divorzi ogni 1000 matrimonio. I più attempati giustificano questa ecatombe di matrimoni colla congettura della ‘mancanza di responsabilità’ (…”Ai miei tempi, si resisteva per l’amore dei figli…” strabuzza qualche vecchia comare). Al contrario, semmai, è un ‘eccesso di responsabilità’ che spinge molti mettere in piedi la recitina con parroco e limousine.

Dobbiamo essere più sinceri con noi stessi e gli altri per poter evitare di commettere l’errore più grande: permettere che la consuetudine e la paura decidano per noi.

Esistono milioni di uomini e milioni di donne in tutto il mondo. Dobbiamo smettere di lamentarci perché non troviamo l’uomo o la donna giusta: esistono, esistono eccome. Evidentemente stiamo cercando male o nel posto sbagliato. È da presuntuosi pensare di trovare l’anima gemella a pochi passi da casa, bello, alto e che faccia l’avvocato. Magari tua moglie è una sguattera finlandese o tuo marito un mafioso portoricano. Se continui a passare i sabato in casa ed esci solo per andare a spasso con Zia Caterina, difficilmente cambierà il destino.

Esci, gira, parla, comunica. Apriti al mondo, cerca alternative, perché spesso è nei posti più reconditi che crescono i fiori più belli.

E forse allora potrà nascere un matrimonio degno di tale nome. Tutto il resto è una messa in scena, un’operetta di avanspettacolo che, purtroppo, spesso finisce in tragedia.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *