Perché si criticano i giovani?

Di pubblicato su Parliamone il 28/07/2015
Perché si criticano i giovani?

Grazie a una festa universitaria sono stati raccolti fondi per la ricerca sul cancro. Ma come mai gli adulti amano continuamente criticare sempre i giovani?

Esiste uno strano conflitto tra vecchie e nuove generazioni che ha origini molto antiche. Osservare i giovani attraverso la lente dei un aprioristico e rigido criticismo è una consuetudine ben radicata nella società umana che, da sempre, considera bambini, ragazzi, adolescenti e giovani adulti come esseri incorenti, irresponsabili emolto più simili ad animali che a persone.

Prima del Settecento esistono poche tracce rispetto a possibili argomentazioni educative o pedagogiche. Un giovane era considerato al pari di un essere incompleto, rozzo, quasi inutile. L’infanticido, specie femminile, era una prassi nelle famiglie meno abbienti (per chiare ragioni economiche).

Persino Sant’Agostino (santo, ripeto) non ebbe timore a dichiarare che in alcuni atteggiamenti infantili notava i segni del peccato originale. Mi viene da ridere.

Non deve sorprendere nemmeno l’atteggiamento di Rosseau. Il grande filosofo e scrittore svizzero che accese molta ammirazione in Kant. Nel suo Emilio (libro censurato dall’Arcivescovo di Parigi) scrisse senza titubanze che i ragazzini fino ai 12 anni erano incapaci di elaborare ‘pensieri complessi’, paragonandoli di fatto a bestie appena appena un po’ più evolute. Poveri figli di Jean-Jacques…

Insomma abbiamo ereditato un profondo senso di sfiducia, oserei dire timore e odio, nei confronti di chi è più giovane di noi, visto come uno sfortunato animale, incompleto, da addomesticare (più che da educare).

Certo i tempi sono cambiati e la società, grazie per esempio all’Illuminismo o alla nascita della neuropsichiatria infantile, ha imparato a comprendere e studiare atteggiamenti e problematiche dell’universo giovanile.

Ciò nonostante le persone in là con gli anni hanno questa maledetta e insensata tendenza a criticare i giovani a priori, in modo superficiale e marcatamente ambiguo.

Non condivido questo atteggiamento, perchè considero che sia il frutto di una serie di elementi facilmente riconoscibili.

Inizierei da una semplice presunzione temporale che si trasforma in purissima invidia verso il giovane. Con il raggiungimento di una età avanzata, l’uomo tende a ricordare con malinconia la giovinezza, distorcendo la realtà delle cose che passa dall’essere veri ricordia sogni ricordati.

Il passato diventa migliore, perfetto: ma solo perchè in quella tappa si era giovani, forti, in salute. Una specie di memoria a comando che pregiudica ogni giudizio obiettivo sul presente. Tutto ciò che ne segue è poca coerenza nell’assimilare la realtà di un mondo che, in fin dei conti, si ripete. Esperienze, crisi, guerre, confilitti emozionali e la vita stessa. Siamo replicanti, punto e basta, il fatto di aver scoperto ciò, prima di altri, certo non ci rende superiori.

Il secondo elemento è quello di una presunzione di moralità. Da sempre associamo con l’età un preciso momento di completezza morale che rende formalemente, non sostanzialmente, più credibile il punto di vista delle persone anziane.

Il tempo, al contrario, invece di migliorarci, nella maggior parte dei casi acuisce i nostri limiti ed i nostri difetti. All’interno del nucleo familiare, inoltre, in cui il peso sociale di un genitore, zio o nonno è quanto mai accentuato, si ha la tendenza a proiettare all’interno un’immagine migliore, falsa, virtuale, mossa dall’ambizione di presumere qualità che in realtà non si hanno mai avute.

Basta poco, sfogliando foto o raschiando nei ricordi di qualche parente, per sdoganare facilmente i vizi, gli errori e gli inciampi che tutti soffriamo, indistintamente.

Concluderei con la presunzione di conoscenza, ovvero quel bagaglio personale che molti adulti considerano eccezionalmente unico e meravigliosamente irripetibile. La storia però ci insegna che non esiste la cultura assoluta così come, più semplicemente, non esiste il lavoro perfetto nè la felicità costruita attraverso i successi personali.

L’anziano pensa di sapere tutto o quasi e nel tentativo di sorprendere attraverso una stupida e innecessaria superbia, dimostra purtroppo un certo spirito tuttavia infantile, di becera competizione e, per colpa di una perdonabile superbia, perde un gran momento di scambio comunicativo magari con il proprio nipote.

A questi tre errori di presunzione aggiungerei, senza dubbio, un inevitabile elemento di superficialità generale (che ci colpisce tutti) e la naturale tendenza giovanile a creare dinamiche di conflitto, che prestano il fianco soprattutto alle critiche pìù banali.

I giovani non sono irresponsabili, cattivi, superficiali e negligenti perchè lo dicono i grandi. Semplicemente continuano a commettere gli stessi errori che anche noi abbiamo commesso, almeno una volta, nelle stesse condizioni, alla medesima età e sotto l’influenza di stimoli similari.

È troppo facile e non porta a nulla la critica ossessiva nei confronti dell’universo giovanile. Il fatto che non si riesca a superare questa dicotomia con l’universo ‘adulto’ sta proprio nel difetto di quest’ultimo di autoproclamarsi migliore.

Un atteggiamento autoreferenziale, presuntuoso e ipocrita chedanneggia la comunicazione e impedisce la trasmissione diretta di valori, consigli e indicazioni morali che permetterebbe di evitare il ricadere nei soliti errori di sempre.

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