Quando la tecnologia è inutile

Di pubblicato su Parliamone il 26/11/2013
Quando la tecnologia è inutile

Quando la tecnologia è priva di senso diventa nociva. È quello che succede all’essere umano quando delega alla macchina il suo tempo libero e lascia che il suo divertimento venga programmato, incanalato e controllato.

L’amusement a buon mercato degli Anni Duemila che fagocita il tempo e l’anima stessa dell’uomo. È parecchio che non scrivo su questo blog, a cui presto spero di dare una forma più usabile, però in realtà nelle ultime settimane ho continuato a redigere articoli, rassegne e post come un forsennato.

Tutto uguale insomma.

La scrivania con portatile e tower PC a farsi compagnia, spiati da due brick di aranciate vuote, un marsupio con ancora la sabbia di Moraira dentro, penne, pennarelli, fogli e fogliacci che mi fanno sinceramente dubitare dei requisiti igienici della mia stanza. Ultimamente il mio odio verso la società post-moderna ha raggiunto livelli considerevoli.

Questa mia nuova esperienza in terra spagnola si protrae con equilibrio dall’aprile del 2011 e sta accompagnando una fase di trasformazione molto intensa.

Il rifiuto della baldoria, della fretta e delle uscite notturne quotidiane, una diversa voglia di affrontare il tempo e le pause: non sto invecchiando, mi sono semplicemente stufato di ciò che mi circonda. Minigonne indossate da tredicenni, esibizionismi stradali, la musica a tutto volume, tette rifatte, la moda dell’uguale, il ristorante chic, la barba fatta, i pettorali, l’alcol che non piace a nessuno, fare tardi inutilmente, i cellulari.

Che barba, che noia…

Se prendiamo come anno zero il 2001, quando la squadra più forte del mondo vinse il suo terzo scudetto, evento più biblico che sportivo, da allora sono cambiato parecchio.

Migliorato, oserei dire. Ho imparato molte cose, ho conosciuto persone splendide, fatto parecchio sport, qualche viaggio e, soprattutto, cercato di dare un senso alle 24 ore a cui mi hanno condannato dal 28 marzo del 1980. La maggior parte delle gente che mi circonda adesso, tredici anni dopo, appare svuotata, smarrita.

La colpa? Abbiamo formattato il nostro hard-disk culturale, eliminando storie, tradizioni e valori, per fare spazio a virus pubblicitari, malware ideologici e una valanga di spazzatura ludica. Ieri, dopo il lavoro, con alcuni colleghi di lavoro ci siamo dedicati un paio di birre e, durante il piccolo baccanale pomeridiano, non ho potuto fare a meno di riconoscere, accanto a me, una scena ormai nota.

Madre e figlia, in silenzio, ognuna con il proprio smartphone nelle mani. La maggiore giocava con un videogame di gemme o fruttini, la seconda si dedicava a coccolare un gatto virtuale.

Davvero abbiamo ammazzato, bruciato, violentato, bombardato e messo a ferro e fuoco questo pianeta per poter giocare in santa pace a CandyCrush? I nostri nonni si sono spaccati la schiena zappando tra i sassi roventi affinché noi potessimo chattare su Badoo?

La tecnologia sta diventando sempre più inutile. Attenzione, non tutta, sarei un pazzo nel elaborare una simile iperbole. Gran parte di essa, quella più diffusa purtroppo e maggiormente usabile e fruibile, è amusement di infima qualità: toglie tempo, denaro e in cambio non offre nulla, né conoscenze, né allegria.

Stress, dipendenza, isolamento sociale. Per molti, battere il record del giorno è il massimo traguardo possibile in una quotidianità fatta solo di diritti, poche responsabilità, individualismo e inettitudine.

Giochini senza senso, elementari, anche graficamente scarni, che rubano ore e ore di vita a teenager abbandonati e viziati, adulti che spendono la metà dello stipendio comprando spade virtuali per il loro RPG o accessori per una mascotte virtuale… Una società in cui chi ha 40 anni ancora si considera giovane e pretende di mantenere usi e costumi (pardon, consumi) da venticinquenne è capace al suo pubblico di dare soltanto amusement a buone mercato per under 30: cartoni animati, musichine, reality show e adesso tecnologia inutile.

Il 90% delle app scaricabili sono spazzatura, inutili, scarse, becere, un’offesa per chi ha avuto la possibilità di imparare a leggere. E il problema è che ci stiamo abituando a questo senza accorgerci dell’enorme spreco di risorse che ne deriva: vale la pena riprendere il motto di Seneca “Non é vero che abbiamo poco tempo: la verità é che ne perdiamo molto“, casualmente spagnolo (nacque a Cordoba), moltissimo aggiungo io.

Ma davvero l’uomo moderno, egoista e infantile, egocentrico e passivo, ha voglia di investire il suo tempo in pensare e ragionare?

Credo che, in fondo, ed è anche l’unica giustificazione che possiamo addurre, consapevole della sua inutilità, della sua esistenza priva di senso, l’essere umano ha inconsciamente deciso di adeguarsi e iniziare a vivere senza senso. E in questo stiamo dimostrando di essere bravissimi, educando i nostri bambini, sin dalla più tenera età, a disimpegnarsi con ogni tipo di dispositivo tecnologico: un vero controsenso, soprattutto quando esperti come quelli dell’Europol sono sicuri che l’Internet delle cose può assumere livelli letali.

Se è vero che nella sola Via Lattea c’è spazio per altri milioni di sistemi solari, allora tutto ciò che ci circonda assume le dimensioni di un’ameba (con tutto il rispetto per l’ordine dei protisti). Vi lascio con queste parole di Bertrand Russell:

Gli uomini temono il pensiero come null’altro al mondo, lo temono più della rovina, persino più della morte. Il pensiero è sovversivo e rivoluzionario, distruttivo e terribile; il pensiero è spietato col privilegio, con le istituzioni stabilite e con le consuetudini confortevoli; il pensiero è anarchico e non conosce legge, è indifferente all’autorità, incurante della collaudata saggezza dell’età. Il pensiero getta lo sguardo nel baratro dell’inferno e non se ne spaventa. Vede l’uomo, puntolino evanescente, circondato da insondabili profondità di silenzio; ciononostante si comporta orgogliosamente, impassibile quasi fosse il signore dell’universo. Il pensiero è grande, rapido, libero, è la luce del mondo e la gloria suprema dell’uomo.

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