Claudio Ranieri, quando la grandezza sta nelle piccole cose

Di pubblicato su Parliamone il 16/04/2016
Claudio Ranieri, quando la grandezza sta nelle piccole cose

Quella di Claudio Ranieri e il Leicester City potrebbe trasformarsi, tra poco meno di due mesi, in una delle più belle storie del calcio Europeo. Il Regno Unito ci ha abituati in passato a eventi spettacolari (ricordiamo la doppietta in Champions del Nottingham Forest del geniale Brian Clough) ma stavolta la leggenda viene scritta con pugno fermo dalla penna di un italiano o, per meglio dire, un romano.

Ranieri è nato a Testaccio, a pochi passi dalla Piramide Cestia, un personaggio cordiale, educato, elegante ma che in trent’anni di carriera ha raccolto poco (con Fiorentina, Valencia e Monaco) insomma da tutti considerato un allenatore nella media, più equilibratore, cunctator che vero stratega o tattico calcistico.

Per chi ha la fortuna/sfortuna di essere romanista, a Mister Claudio è legata una delle peggiori beffe della storia giallorossa: lo scudetto mancato per un soffio nel 2010 contro la corazzata Inter del portoghese più odiato al mondo, una vittoria sfumata nell’incontro casalingo contro la Sampdoria dell’ex Cassano. Quel tricolore sarebbe stato il più bello di sempre per la Roma, per la modestia dell’organico, lo spirito, il gruppo e il coraggio di un condottiero finalmente romano e romanista, uomo perbene e distinto che con il lavoro e poche buone idee fu capace di osteggiare le armate persiane giocattolo di Moratti & Co.

Sono passati nove mesi da quando Ranieri ha preso per mano la sconquassata compagine dei Foxes (il Leicester conta appena 10 partecipazioni nella Serie A inglese) iniziando l’8 agosto del 2015  una cavalcata quasi perfetta con un presuntuoso 4-2 ai danni del Sunderland. Ora il Nostro è in vetta, ha conquistato la Champions con cinque giornate di anticipo e ha concrete possibilità di portarsi a casa la coppona di 25 kg forgiata ogni anno a Londra dalla Royal Jewellers Asprey.

Si gode i suoi gioielli, Jamie Vardy (21 gol) e il prolifico centrocampista algerino Riyad Mahrez (16) proiettando in campo un gioco semplice, a tratti forse troppo pragmatico, ma estremamente redditizio.

Le umiliazioni arrecate alle Big Four quest’anno sono state innumerevoli e l’impagliatore di Testaccio, il figlio del macellaio Renato, il mister che ‘non ha mai vinto nulla’, mette a sedere i grandi club multimilionari britannici, quelli dei ricconi russi, dei petroldollari sauditi, dei faccendieri indiani, fumatori di pipa del Cotton Club, bevitori di tè di Arlington e importatori dei docks di Manchester.

Semplicitá significa grandezza: un discreto lavoratore, capace di ottimizzare le poche (scarse) risorse a disposizione, bravo nel cementare fiducia, nello spronare con un sorriso o una battuta, senza urlacci, bestemmie. Soprattutto rispettando l’avversario e l’arbitro.

Claudio Ranieri ci rende oggi orgogliosi di un’altra romanità, che non è più grottescamente grande per la retorica anacronistica che scomoda ogni volta Romolo e Remo e nasconde la sua moderna pochezza, ma che parla attraverso fatti concreti inalienabili. Risultato del valore di un uomo di spessore che si è dimostrato capace di costruire uomini e, così facendo, migliorare i calciatori,  con l’esempio, l’educazione, il rispetto.

Noi ce l’avevamo, era nostro, per contratto e per fede: in sei anni (Montella, Luis Enrique, Zeman, Andreazzoli, Garcia, Spalletti) non si è vinto nulla e ciò deve aiutarci a riflettere su come scegliere chi ci guida in base a qualità personali ancor prima che tecniche, onde evitare il rincorrere suicida di enigmatiche chimere.

A volte si vince, altre volte si apprende e speriamo che la lezione impartita stavolta da Ranieri serva a tutti.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *