Saif Al Islam Gheddafi non deve morire

Di pubblicato su Parliamone il 29/07/2015
Saif Al Islam Gheddafi non deve morire

Saif al Islam, secondogenito di Gheddafi, è stato condannato alla pena di morte dal Tribunale di Tripoli. Ucciderlo sarebbe un gravissimo errore.

Saif al Islam Gheddafi è stato condannato alla pena di morte, pochi giorni fa, dal tribunale di Tripoli, città che proprio diede i natali al secondogenito del Raʾīs (ucciso a Sirte quattro anni fa).

L’accusa è di genocidio, per la repressione delle proteste del 2011 che spinsero la stessa Corte penale internazionale a redigere un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità.

Saif, erede designato e delfino di Gheddafi, è attualmente incarcerato a Zintan con altri esponenti dell’ex regime dittatoriale e la sua posizione resta per il momento in bilico. Esiste una diatriba giuridica tra il Tribunale di Tripoli e il governo di Abdullah al Thani (installato a Tobruk) che ha più volte affermato che la sentenza di morte non ha valore, essendo Tripoli in una zona non controllata dal governo.

Il paese libico sta vivendo gli ultimi mesi nel caos, per colpa di unaprofonda crisi identitaria e politica, non certo aiutata dalla lentissima diplomazia internazionale, senza considerare le pericolose infiltrazioni, nel paese, di vari gruppi dello Stato Islamico, come purtoppo dimostrato dall’attacco kamikaze all’Hotel Corinthia di Tripoli, consumato nel gennaio scorso.

Per quanto però possa essere stato sanguinoso, corrotto e violento il passato di Saif Al Islam, sono fermamente convinto che la sua esecuzione sarebbe del tutto inutile, come inutili e controproducenti sono state le morti di Gheddafi e persino di Saddam.

Non è uccidento l’assasino che si redime il delitto.

La pace non passa per ulteriore odio, la violenza non porta mai a nulla di buono, ancor meno se viene mascherata da politiche giustizialistemosse a compimento da una parte emotivamente interessata e che nella vendetta spera di trovare e riaffermare la propria identità.

Nei paesi arabi sappiamo che la vita vale ben poco, quindi ciò che sorprende non è una ennesima fucilazione, semmai la grazia, il perdono, il risparmio della vita, che deve essere usato come esempio e messaggio positivo soprattutto per iniziare quel cambiamento culturale che questi paesi necessitano.

Non possiamo aspettarci un miglioramento della comunità araba e musulmana quando si continua a fomentare l’odio, quello che esiste nell’omicidio legalizzato, nella repressione e violenza verso le donne e le arti.

Intervenire adesso ed evitare un inutile scempio significa volerintervenire per fermare una consuetudine frutto di un pensiero retrogrado e violento che è terreno fertile per il fanatismo e l’estremismo religioso.

Non possiamo continuare ad appogiare pseudo regimi sorti dal linciamento e decapitazione delle precedenti dittature: in Libia come in altri paesi sembra che la successione politica debba passare inevitabilmente attraverso la pulizia etnica e il genocidio.

Saif Al Islam oggi è il simbolo di questo sistema fratricida: uccido il re per prenderne il posto, vendicandomi del male fatto da lui e i suoi seguaci.

Occorre interrompere la pericolosa reazione a catena della vendetta, sempre e comunque, perché non si può pulire il sangue con altro sangue.

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