Turchia, Curdi, Isis: il fallimento del mondo unito

Di pubblicato su Parliamone il 27/07/2015
Turchia, Curdi, Isis: il fallimento del mondo unito

L’ipocrisia della politica internazionale mostra il suo volto nel doppiogioco di Erdogan che bombarda l’Isis a Zor Maghar ma anche i nemici curdi del PKK.

Nel 2006, Abdullah Öcalan, numero uno del movimento clandestino armato noto come PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) affermò che l’uso delle armi sarebbe dovuto avvenire solo come risposta a potenziali azioni di annichilimento.

Da alloro sono passati dieci anni, ma la situazione politica a est della Turchia continua a non voler essere risolta ed anzi, ora è ripreso apertamente il braccio di ferro tra PKK e Stato Turco.

Il Kurdistan è una zona geografica situata nel centro di un virtuale triangolo che occupa parti diverse di Turchia, Siria, Iraq e Iran. Non è uno stato indipendente, ma sí è nazione, divisa in quattro parti: Kurdistan Settentrionale, Occidentale, Meridionale e Orientale.

La ragione della sua instabilità politica è frutto degli interessi della politica internazionale. La zona in cui sorge è strategica: offre accesso diretto alle zone più calde del Medio Oriente e gioca un ruolo predominante nel garantire, o meno, la stabilità dell’intera area. Ecco perché i curdi sono da sempre sostenuti, usati e strumentalizzati da vari paesi per colpire più direttamente gli avversari dell’area, senza però sporcarsi troppo le mani (USA, Russia, Grecia…).

Il popolo curdo approfitta, in parte, della situazione, ottenendo armi e qualche milionata di dollari ma la sua richiesta di uno Stato Indipendente probabilmente non verrà mai accettata.

Men che meno dal governo turco o dal presidente ed ex premier Erdogan, che ignora il genocidio armeno e che non ebbe timori a reprimere, nel sangue, le famose proteste del 2013 in Piazza Taksim (Istanbul).

Due giorni fa il PKK ha interrotto la tregua colpendo sei militari turchi nei pressi della cittadina di Lice, uccidendone due e ferendone altri quattro.

L’efficientissimo governo di Ahmet Davutoğlu, con il beneplacito di Erdogan ha colto l’occasione per bombardare le postazioni dell’Isis a Zor Maghar ma anche quelle del PKK, tanto per non lasciare nulla alla casualità. Ankara smentisce la volontarietà del gesto e addirittura garantisce che aprirà un’inchiesta per verificare eventuali danni provocati alle truppe curde.

Come sempre, scendendo dalle nuvole, di colpo la NATO si accorge del problema dei ‘separatisti curdi’ e la settimana prossima verrà organizzato uno degli innumerevoli, e inconcludenti, incontri per ‘cercare’ di risolvere la questione in ‘tempi brevi’.

Personalmente non riesco più a trovare motivazioni ad addurre al concetto di ‘mondo unito’ che tanto viene proclamato da ogni partito politico, nazione e organizzazioni sovranazionali.

L’anomalia turca è la prova diretta e concreta del predominio della ragione privata, prepotente e ipocrita del nazionalismo che supera qualsiasi discorso, accordo e mira propagandistica di pace e buon ordine mondiale.

Mentre scrivo, i curdi continuano a combattere e morire per salvare loro stessi e il nostro Occidente dall’Isis. Poche ore fa hanno strappato ai macellari mercenari dell’Isis la cruciale città di il controllo di Sarrin (che porta dritta dritta alla capitale islamica di al-Raqqah).

Questo popolo, la cui cultura identitaria è stata frantumata ed immolata, suo malgrado, sul sudicio altare dell’ipocrita diplomazia internazionale, continua ad essere ignorato, umiliato e sfruttato secondo occasione.

Il PKK che difende le sue mire separatiste ha sicuramente una connotazione militare e, come indica la storia, persino terroristica: però è arrivato il momento di chiarire da che parte vogliamo stare.

Anche altre nazioni che rivendicano la propria sovranità nazionale, hanno dovuto ricorrere al terrorismo per avanzare nel proprio processo di riconoscimento politico: basti pensare alla Palestina o, per cambiare aria, a gran parte dei paesi sudamericani nei confronti della madrepatria spagnola.

L’andamento è sempre il solito:

  1. formazione dell’etnia unita
  2. riconoscimento come nazione
  3. costituzione di una struttura armata (per difendersi dalla pulizia etnica)
  4. terrorismo
  5. pressione internazionale
  6. processo di pace per la creazione di uno stato nazionale.

Questo è ciò che la comunità internazionale, autoreferenziale, corrotta, inadeguata, superficiale e costosissima, continua a esportare come sistema di democratizzazione.

La realtà è un’altra: le superpotenze che controllano le Organizzazioni mirano in realtà al mantenimento di una certa incertezza, alla sovvenzione del disequilibrio, al ravvivare conflitti e tensioni da usare a piacimento come leva per portare avanti operazioni ancora oggi puramente colonialistiche.

Ai curdi va dato e riconosciuto un proprio Stato Nazionale adesso, ora, subito, se si vuole mantenere intatta la credibilità di un sogno di unità europea o mondiale. Non possiamo continuare a raccontare favole: pace significa rinuncia, in gran parte compromesso, mai semplice né troppo consapevole.

Non si tratta di accettare la tesi del male minore ma di muovere un passo decisivo e ambizioso nella zona tra le più martoriate del mondo. Dare una casa politica ai curdi sarebbe un sogno che permetterebbe di aprire questa possibilità alla Palestina ed altre zone etnicamente differenti e complicate di Medio Oriente e Persia.

La NATO (leggasi USA) per poter risolvere il problema curdo dovrà parlare stavolta anche con Russia e Grecia (da sempre appoggio di riferimento anche del PKK). E non sarà semplice.

L’impressione è che la prevedibile e sciagurata empasse diplomatica dei prossimi giorni servirà a poco…

Come serve a poco la stessa NATO: se i vertici convocati non riusciranno ad annullare il nazionalismo di Erdogan e compagni, saremo spettatori dell’ennesimo knock out assestato al ‘mondo unito’ e alla storia.

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