Zombie: perché vanno di moda?

Di pubblicato su Parliamone il 30/07/2015
Zombie: perché vanno di moda?

Libri, film, serie TV, videogiochi… La moda degli zombie è uno dei settori più proficui dell’intrattenimento moderno. Come mai li amiamo così tanto?

Esiste una naturale propensione dell’essere umano, sin dall’era primitiva, a tutto ciò che è divino, mistico e sovrannaturale. Siamo nati e cresciuti sotto le stelle che ritenevamo essere dei o spiriti delle persone defunte, onorando il Sole come forza vitale creatrice e poi, con l’infiltrazione delle religioni, siamo arrivati ad assegnare stereotipi alla vita e alla morte.

La letteratura ed il cinema hanno attinto a piene mani da questa tradizione culturale e popolare fatta di morti sepolti in terra e anime beate che svolazzano tra le nuvolette e, in questo circo onirico che consola la solitudine umana e rasserena il nostro timore per il vuoto e il baratro della morte, sono sicuramente gli zombie ad essere i veri protagonisti.

Li troviamo oggi rappresentati in ogni ambito della società: nell’abbigliamento, nei giochi, nella musica, nell’intrattenimento per grandi e piccini (come le bambole Monster Highs), in serie televisive di assoluto successo come lo stracelebre The Walking Dead.

Ma come mai vanno di moda gli zombie?

La parola zombie ci giunge dalla tradizione mistica di Haiti, la disgraziata nazione dell’Isola di Hispaniola che confina con la Repubblica Domenicana. Parliamo di Caraibi, mare, mitologie ancestrali e, ovviamente, magia vudú.

La diffusione della superstizione si deve ovviamente all’ignoranza periodica del genere umano che viene superata dal popolo solo attraverso l’evoluzione e la diffusione di conoscenze. Fino al XIX secolo infatti, i casi di morte apparente erano la principali cause di questo fenomeno zombie. Persone con un piccolo trauma, la perdita di conoscenza o, per altre ragioni, venivano seppellite anzitempo e la povertà intelletuale dell’epoca non riusciva a giustificare ilritorno dall’aldilà.

Oggi per l’accertamento della morte, si attendono fino a 24 ore di tempo (salvo i casi più eclatanti) e intervengono nell’analisi specialisti e medici legali.

Dalla leggenda haitiana la cultura occidentale ha ereditato tutti i tratti principali e anche se vi sono vari accenni al fenomeno, a livello di letteratura, solo nel 1932 arrivò nelle sale la prima vera rappresentazione visiva di questi esseri semi-vivi, con il famosoL’isola degli zombie interpretato da Bela Lugosi, uno dei primi Dracula del cinematografo.

Lo zombie rappresenta una gran rivincita dell’uomo libero verso l’oppressione della società. Il grande pubblico ama veder spolpare e fare a pezzi zombie perchè in tal modo si esorcizza la parte negativa di tutti noi.

Questi morti viventi sono infatti la personificazione maligna di vicini di casa, conoscenti, amici e persini familiari: per sopravvivere dobbiamo eliminarli, passare sopra i loro corpi sfatti come burro. La sensazione di liberazione è doppiamente appagante: possiamo uccidere essendo leggittimati a farlo, ovvero il sogno perfetto della natura omicida e violenta di ognuno di noi.

Combattere contro gli zombie insomma è accettare e ritrovare la nostra primitività, una violenza catartica inevitabile che consente di salvare persone umane simili a noi e dare il meglio di noi stessi.

Colpisce inoltre, nelle trame letterarie e nei plot cinematografici, la deriva splatter delle violenze, che democraticamente passa su ogni tipo di limite morale ed etico: i protagonisti possono tagliare teste e sgozzare bambini, anziani, donne di qualsiasi estrazione sociale o credo religioso.

Una sorta di pulizia suprema della società che passa attraverso un genocidio di scorie semi-umane vestite come noi e capaci di farci diventare come loro.

Insomma, alla base della moda degli zombie vi è un gran desiderio di libertà e ordine, che inevitabilmente passa attraverso un ben evidente atto di violenza, che è quella stessa che ogni giorno viene compressa, nascosta e repressa dalle assurde regole di una società sempre più mercificata, ideologica e alienante.

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