Il futuro dell’Occidente, tra esodo del terrore e panico sociale

Il futuro dell'Occidente, tra esodo del terrore e panico sociale

La società post-moderna sta entrando in una drammatica Nuova Era. Resa permeabile dalla psicosi, dovrà prepararsi all’esodo del jihadismo sconfitto.

Ogni volta che i mass-media si riferiscono a quella masnada assassina di Falsi Musulmani con termini quali Isis, Daesh o Califfato, mescolati spesso a caso, provo un naturale senso di rifiuto. E’ un intercalare giornalistico che sfrutta la ripetizione di parole familiari che ha come risultato una semplificazione dei fatti e una riduzione al ‘tutto uguale’ per chi legge e ascolta. Il piatto del giorno, a base di attentati, scontri a fuoco e arresti, viene servito con la spezia del già noto. Siria, Iraq, Libia, Nigeria: tutto sembra uguale e ugualmente incomprensibile, dai nomi arabi degli attentatori, alle dinamiche di azione, sempre la stessa storia, raccontata con la medesima superficialità, come se si trattasse di un documentario, un film, qualcosa che succede sì, ma lontano.

Per l’uomo comune è impossibile discernere e capire realmente la differenza tra sciiti e sunniti, tra curdi i peshmerga, tra Al Qaeda, Daesh e Boko Haram. Ecco allora che, a distanza di anni, pochi sanno che l’Isis fu creato dall’ex esercito iracheno di Saddam Hussein o che le faide tra sette islamiche perdurano da oltre duemila anni. Non si può comprendere o pensare di conoscere una cultura, e una religione, complesse come l’Islam. Però si ha la presunzione di seguire, senza spirito critico, modelli di interpretazione della realtà imposti proprio dal linguaggio erroneo e la superficialità del giornalismo moderno, quello che copia e incolla le notizie dai siti Internet, pubblicando foto e video senza assicurarsi delle fonti e che non ha né la cultura né l’esperienza per fornire un punto di vista approfondito e realmente costruttivo.

Questa prassi aiuta e fomenta, in modo diretto, il panico sociale. Gli attentati di Nizza, Monaco di Baviera e Rouen sono oggi presentati con una trasmissione dialogica che serve solamente a generare psicosi collettiva. Come mai? L’uomo, da sempre, ha avuto e ha paura di tutto ciò che non comprende e non conosce appieno.

La comunicazione confusa e approssimativa che accompagna i fatti di terrore, inietta nelle vene dell’audience il virus dell’ignoranza: non ci si interroga sulle ragioni e sulle modalità del terrorismo, come patologia da curare, ma ci si concentra solo sull’odio, sulla vendetta, sul falso vittimismo di un ‘Occidente Buono’ Anche solo legittimare con un nome questi assassini influisce: basterebbe chiamarli Falsi Musulmani per generare in noi un’immagine ben diversa da quella fantomatica di ‘esercito distruttore’ da telefilm.

L’Isis sta morendo, è finito. Ma quella che sarebbe dovuta essere una vittoria, porterà con sé degli strascichi pericolosi, con conseguenze che vedremo, purtroppo, nel breve periodo. Una volta sconfitti, i jihadisti si spargeranno come blatte al buio nella cucina di un ristorante di periferia, mescolandosi e penetrando l’Occidente indebolito proprio dal pregiudizio, dalla paura e dalla paranoia. Il marito che dorme con la pistola sotto al cuscino finirà per ammazzare la moglie che rincasa dalla porta di servizio.

La guerra che dovevamo portare avanti in modo determinato, ma mai combattuta davvero, produrrà vittime collaterali di un problema francamente irrisolvibile per l’inadeguatezza della dirigenza politica mondiale. L’Europa, gli Stati Uniti, la Russia, continuano a pensare in maniera selettiva, egoistica, anteponendo il vantaggio individuale e la Ragion di Stato all’interesse collettivo. Nessuna sorpresa: Inghilterra, Francia, Germania, Olanda, Belgio, Italia, sono i paesi che si sono macchiati della vergogna del colonialismo: per loro, Medio Oriente ed Africa sono nemici, avversari, rivali odiati da tenere e mantenere schiacciati sotto al tacco.

Però, grazie all’ipocrita maturità del mestiere politico, si apprestano a sfruttare la meteora terroristica pronti a ridurre le nostre libertà personali. Poco a poco ci ritroveremo nel bel mezzo di una trama orwelliana. Un esempio? L’ondata di epurazioni firmate dal signor Erdogan a margine del golpe taroccato.

Ebbene, il futuro dell’Occidente (ex crociato ed ex imperialista), corre su un doppio binario: l’esodo inevitabile del terrorismo sparpagliato, fin dentro le nostre case, e la repressione governativa e legislativa motivata da false esigenze di sicurezza.

Quel pazzo carnefice di Mao disse: “Il potere politico nasce dalla canna di un fucile“. Ebbene, i governi occidentali hanno messo quel fucile in mano ai fanatici più primitivi, trasformandoli in alleati del loro controllo politico su di noi.

John McCulligan: “La nuova musica è morta”

John McCulligan: "La nuova musica è morta"

Uno dei personaggi più interessanti della scena musicale freelance è sicuramente lo scozzese John McCulligan, veterano dei redattori anglosassoni che per primo, già a partire dagli Anni Ottanta, comprese il cambiamento dell’universo giornalistico. A soli 21 anni, fresco laureato a Glasgow, decise di abbandonare le solide e familiari colonne del Glasgow Daily Times per iniziare a scrivere per una dozzina di newspapers di tutto il mondo. La sua passione musicale lo ha spinto a intervistare personaggi del calibro di Mick Jagger, Michael Jackson e esponenti della politica internazionale come Nelson Mandela o l’ex presidente venezuelano Hugo Chavez.

John, come vedi il futuro della musica?

Sono, o per meglio dire, siamo abbastanza preoccupai noi qui, dall’altro lato della Manica. Voi italiani avete un’ottima cultura melodica e la vostra provincialità, in senso buono e artistico, vi salva. Nel senso che realtà di folklore e tradizione sono probabilmente le uniche che, sul piano musicale, ancora hanno un futuro. Dire che oggi la musica è tutto uguale sarebbe una superficialità, un’esemplificazione banale a cui spesso si aggrappa chi ha poco talento. Però almeno posso dire che si somiglia tanto, troppo. Siamo passati dalla sperimentazione positiva che produceva risultati e creava correnti e gusti, all’opposto, ovvero imporre al pubblico stereotipi stilistici decisi a tavolino dai direttori marketing. Vedo poca arte e troppo business. Ma questa è solo l’opinione di un vecchio scribacchino.

John McCulliganLa tecnologia certamente non aiuta: io vedo molto appiattimento, voglio dire, alla fine viene messa online qualsiasi cosa… E addio qualità.

App, siti Internet, piattaforme di streaming hanno massificato la musica rendendola accessibile e a buon mercato. Però anche qui l’obiettivo di tutti era fare soldi, nel minor tempo possibile. E quando fagociti elementi come il tempo, lo studio, la crescita e lo scambio di nessi culturali, fagociti la qualità. Tanta disponibilità di musica? Certamente si, ma la quantità di ‘buona musica’ è sempre presente in minor parte.

Sono d’accordo. Inoltre esiste un peccato originale che è quello della presunzione di talento. Prima un artista scriveva canzoni per sfogarsi, lottare, comunicare. Oggi sembra che si guardi alla musica come ad una professione facilmente accessibile ed altamente remunerativa: tutti possono cantare e andare a qualche reality…

Esatto, la deriva motivazionale incide profondamente sui risultati. Ogni giorno ascolto dai cinque agli otto dischi di ‘musica indie’ (termine che ormai serve per qualsiasi cosa) e il talento è proprio poco. 

Mi serve di più, John. Fammi qualche esempio, non mi basta!

Va bene, diciamo che posso definire almeno tre stereotipi tipici del musicista moderno, inteso come quella persona con un minimo di potenziale che ambisce ad affermarsi nel circuito mainstream. Ci sono i volenterosi, quelli che tecnicamente hanno lavorato molto ma che finiscono per assomigliarsi gli uni agli altri: troppo rigore stilistico affievolisce l’istinto e l’originalità, in una parola, il cuore. Poi ci sono i talentuosi pigri, che magari hanno un dono, una qualità: sanno rimare, hanno un buon falsetto o un ampia scala vocale. Però non si applicano o per mancanza di soldi o perché pensano che il talento non vada allenato. Superficiali. Infine ci sono le persone semplici, gli ingenui pericolosi, illusi fino al midosso e incapaci di guardarsi allo specchio senza che il proprio ego superi le stelle. Spazzatura musicale che viene immessa senza controllo nel mucchione dei cantanti e gruppi emergenti e che finiscono per intorpidire l’acqua a tal punto da coprire anche i possibili outsider.

Ecco quindi perché gli A/R hanno messo i remi in barca e aspettano che la musica arrivi a loro…

Certo, però non so quanto potrà durare questo meccanismo. YouTube, le reti sociali… Certo qualche buona cosa continua a venire fuori, ma sono convinto che là fuori c’è qualche James Brown che non riesce a sbarcare il lunario e finché non riusciremo a dare ai veri ‘number one’ lo spazio adeguato, piano piano, la musica si appiattirà sempre verso il basso e non ci rimarrà altro che rimasterizzare, rieditare e clonare i pezzi del passato.