Quando l’uomo si dimentica che è mortale

Quando l'uomo si dimentica che è mortale

Mentre si ritrovano alcuni resti del jet della Malaysian Airlines svanito nel nulla un anno fa, di colpo torniamo consapevoli della nostra natura mortale.

Le 239 persone scomparse assieme all’aereo MH370, più di dodice mesi fa nell’Oceano Indiano, forse non troveranno mai una degna sepoltura, a patto che ne esista una.

Evaporati nel vuoto con tutto il jet, in una delle vicende più contorte ed inspiegabili dell’aviazione civile. Ciò che turba maggiormente è che questo tragico e maledetto incidente non è stato il primo e non sarà nemmeno l’ultimo.

La nostra consapevolezza di esseri mortali, evoluti e tecnologicamente avanzati ma comunque e sempre appesi ad un filo, ritorna evidente solo dinanzi a fatti di cronaca come questi. Solo quando la morte mostra il suo sudicio volto tra le righe dei quotidiani e nelle clip dei telegiornali, abbiamo di nuovo un fremito, una paura, un piccolo brivido che riporta l’attenzione sui punti fondamentali della nostra esistenza: aspettative, sogni, ciò che si è costruito, la famiglia, i sentimenti, le sconfitte ed i fallimenti.

Tempo.

Le nostre vite sono perennemente messe in gioco, un volo in aereo, un treno, guidare una macchina di notte o attraversare una strada con poche luci, bere troppo alcol o esagerare con il cibo.

Eppure, in ogni frangente, da quando nasciamo iniziamo ad accumulare un certo torpore di immortalità che ci fa sentire importanti, unici, speciali. Invincibili.

Ecco allora che, quanto una qualche disgrazia o incidente colpisce la nostra sfera emozionale, buttando all’aria ogni sicurezza, rimaniamo increduli, nascondendoti dietro alla giustificazione di non meritare ciò che ci sta accadendo e che vorremmo, sempre e comunque, scaricare sugli altri.

Egoismo, vigliaccheria, presunzione: anche di questo è fatto il nostro animo, piccolo, pauroso e tremendamente opportunista.

Familiari, conoscenti e le stesse vittime si presentano al cospetto della morte con il volto attonito e sorpreso, interrogandosi sulla necessità, il motivo e il senso di qualcosa che assolutamente non ne ha: la vita.

Il dolore che proviamo, le lacrime, la tragedia di famiglie distrutte e martoriate in modo così inspiegabilmente rapido non è altro che il ricordo di qualcosa che ci accomuna tutti.

Non è facile rialzarsi e proseguire, non è semplice spiegare a un figlio la morte quando ancora si vive in un mondo di favolette, leggende e pseudo religioni, mortali e fallibili, proprio come che le ha create, noi esseri umani.

Esse, invece di aiutarci a comprendere il nostro stato mortale, ci offrono una superficiale consolazione a buon mercato che finisce per ferire più della consapevolezza, perché non spiega nulla e illude.

Non dobbiamo domandarci perché moriamo ma spostare la questione sul come mai continuiamo a sorprenderci della morte, a piangerla, a viverla come una condanna, quando in realtà è l’unica certezza che abbiamo in questo mondo assolutamente privo di senso.