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Attenzione Fondi Pensione: il Rischio Boomerang del Cambio Aliquota!

Fondi pensione, il cambio di aliquota rischia di trasformarsi in un boomerang
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Pubblicato da Enzo Conti
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Modifiche alla tassazione dei fondi pensione potrebbero paradossalmente penalizzare i nuovi iscritti.

Intorno ai fondi pensione si sta creando un’attenzione crescente, considerata la loro futura necessità per integrare le pensioni dell’INPS. Con un’Italia che invecchia e le nascite ai minimi storici, il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati rischia di inclinarsi troppo verso questi ultimi, creando potenziali tensioni sociali e previdenziali. Recentemente, una normativa governativa, già in vigore dall’inizio dell’anno e adottata con una delibera Covip del 18 marzo, sta suscitando discussioni.

Modifiche a aliquota e base di calcolo nei fondi pensione

Fino all’anno scorso, i fondi pensione contribuivano allo stato con uno 0,5 per mille sui versamenti registrati, sia quelli diretti degli iscritti sia quelli dei loro datori di lavoro.

Da quest’anno, l’aliquota è stata ridotta a 0,06 per mille, ma si calcola non più sui flussi di versamento, bensì sugli stock, ovvero l’ammontare totale dei versamenti accumulati, al netto dei rendimenti. Per esempio, nel 2025 i flussi si attestavano a 17,4 miliardi di euro (+10%), mentre il patrimonio totale raggiungeva i 261,2 miliardi. L’aliquota massima per ogni fondo non potrà eccedere lo 0,1 per mille degli stock destinati alle prestazioni.

Quali sono le conseguenze di questa nuova aliquota? Sebbene più bassa della precedente, la base di calcolo ha subito un incremento significativo. Basandoci sui dati sopra riportati, lo stato incasserebbe quest’anno circa 15,7 milioni di euro, rispetto agli 8,7 milioni di un regime fiscale inalterato. Tuttavia, per il bilancio statale il vantaggio è minimo, quasi trascurabile nel contesto delle entrate pubbliche.

Tuttavia, questo cambiamento potrebbe rivelarsi controproducente per i cittadini.

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Potenziale effetto boomerang sul mercato

Sebbene il costo aggiuntivo per gli iscritti ai fondi pensione sia minimo, il vero problema non è questo. La nuova aliquota avvantaggia i nuovi iscritti, che, avendo accumulato meno, pagheranno meno allo stato. Tuttavia, man mano che l’ammontare accumulato cresce, anche il costo aumenta, superando quello degli anni precedenti. In teoria, questo dovrebbe incentivare i giovani a sottoscrivere una forma di previdenza complementare, ma i benefici sono minimi e ciò solleva dubbi sull’approccio fluttuante dello stato.

Dal 1° luglio, i neoassunti nel settore privato dovranno indicare a quale fondo pensione intendono destinare il loro TFR. In assenza di una scelta entro 60 giorni, il TFR sarà automaticamente trasferito a un fondo pensione di categoria o a quello scelto dal datore di lavoro. L’obiettivo è ancora quello di stimolare le adesioni, anche attraverso la tecnica del silenzio-assenso. Mentre lo stato cerca di promuovere i versamenti, al contempo modifica le regole, erodendo la fiducia nel sistema. I cittadini si chiedono se oggi stiano pagando di più, ma temono che in futuro il costo possa aumentare considerevolmente.

La fiducia è cruciale per la previdenza

La previdenza si occupa del futuro a lungo termine delle persone. È difficile per un ventenne immaginare come sarà il mondo quando ne avrà 70. Se lo stato cambia le regole a suo favore, sfruttando la risposta positiva dei cittadini a uno stimolo precedente, la fiducia si dissolve. Senza di essa, non c’è alcun allarmismo mediatico che possa incentivare i lavoratori a integrare la pensione pubblica.

Vantaggi fiscali esistenti

Il governo ha anche aumentato la deducibilità dei premi versati ai fondi pensione, portandola da 5.164,57 a 5.300 euro all’anno. Questo importo era rimasto invariato per circa vent’anni. Ciò significa che il contribuente può dedurre dalle tasse fino a quasi 2.400 euro all’anno, inclusi gli addizionali. Quindi, se versasse esattamente 5.300 euro, il suo pagamento effettivo si ridurrebbe a circa 2.900 euro se dichiarasse un reddito superiore a 50.000 euro, con una aliquota marginale del 43%.

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I rendimenti annuali sono soggetti a una tassazione agevolata: 20% invece del 26% ordinario, riducendosi al 12,50% per gli investimenti in titoli di stato. Inoltre, le posizioni sono esenti dall’imposta di bollo dello 0,20%. Anche la rendita percepita beneficia di una tassazione ridotta. Invece delle aliquote Irpef correnti (23-33-43%), l’aliquota massima è del 15% e diminuisce dello 0,30% per ogni anno di accumulo oltre il quindicesimo, fino a un minimo del 9% per chi ha versato premi per 35 anni. A titolo di esempio, se ricevessi una rendita integrativa di 1.000 euro al mese, invece di pagare tra 230 e 430 euro di Irpef allo stato, pagherei tra 90 e 150 euro.

I fondi pensione: un miraggio per milioni di lavoratori

Le posizioni attive alla fine del 2025 erano 11,7 milioni, per un totale di 10,4 milioni di persone fisiche. La differenza tra i due numeri indica che molti hanno più posizioni. L’età media degli iscritti è di 47 anni, ma scende sotto i 40 per il 70% dei nuovi iscritti, di cui il 46% ha meno di 30 anni. Tuttavia, questi numeri rimangono deboli: poco più del 43% degli occupati contro una percentuale del PIL di solo il 12,1%. Nel Regno Unito, questa percentuale raggiunge circa l’80%, negli Stati Uniti oltre il 140%.

In Francia i numeri sono quasi uguali, mentre in Germania sono ridotti a soli il 7% del PIL.

Chi attribuisce le scarse adesioni ai fondi pensione a un problema ideologico non comprende la realtà europea. Milioni di giovani vorrebbero sottoscrivere una polizza previdenziale, ma non hanno le risorse economiche per farlo. Con stipendi bassi e carriere incerte, resta loro poco o nulla da investire per il futuro. E con un’aliquota fiscale e contributiva elevata, è difficile chiedere ai lavoratori di destinare ulteriori risorse alla previdenza. Ecco perché anche piccole astuzie fiscali dello stato non pagano e generano rabbia e sfiducia tra coloro che si trovano stretti tra l’impossibilità di risparmiare e il desiderio di farlo.

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giuseppe.timpone@investireoggi.it

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