Il World Economic Forum di Davos, in Svizzera, ha avuto inizio ieri e si concluderà venerdì 23 gennaio. Tra i presenti vi è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il cui discorso è molto atteso per mercoledì. La Premier Giorgia Meloni non ha ancora preso una decisione definitiva sulla partecipazione. Potrebbe decidere di intervenire se fosse chiamata a svolgere un ruolo di mediazione tra USA e UE riguardo l’imposizione di dazi punitivi contro otto paesi del nord Europa, come rappresaglia per la questione di Groenlandia. La Casa Bianca ha minacciato di aumentare i dazi al 25% a partire da giugno, se non si giungerà a un accordo sulla vendita dell’isola artica entro quella data, con un aumento iniziale al 10% già a febbraio.
L’Italia come mediatore tra USA e UE?
Meloni ha rilasciato delle dichiarazioni da Seoul, dove si trovava per un viaggio di lavoro in Asia durante il quale ha firmato accordi commerciali per diversi miliardi di euro.
Ha criticato la decisione del magnate, affermando di averne discusso con lui e di aver invitato gli alleati europei a calmare gli animi. L’UE sta considerando una risposta collettiva a Washington, che potrebbe includere contro-dazi sulle importazioni dagli USA per un valore di 93 miliardi di dollari. L’Italia, che non è un bersaglio diretto dell’amministrazione americana, sta cercando di moderare la risposta europea offrendosi come mediatrice.
La Commissione Europea è ancora aperta al dialogo. Si ipotizza che Meloni possa recarsi a Davos per incontrare Trump faccia a faccia. Tale mossa potrebbe suscitare le gelosie della Francia di Emmanuel Macron, che è restio a essere superato dall’Italia come attore geopolitico chiave. Tuttavia, la situazione è talmente critica che diventa essenziale tentare una mediazione prima di considerare risposte più severe. In questo contesto, Roma può sfruttare la sua posizione, avvalendosi dell’amicizia speciale con il governo americano.
Meloni, figura credibile sia a Bruxelles che a Washington
Astenersi dall’avventura quasi militare nell’Artico permette a Meloni di dialogare con la Casa Bianca da una posizione di forza. E il suo sostegno all’accordo di libero scambio Mercosur con l’America Latina la rende una figura affidabile agli occhi dei commissari europei. È al tempo stesso euroatlantista e autonoma dall’asse franco-tedesco. Ha dimostrato di non essere ostile all’UE, supportandola quando necessario, ma senza seguirne incondizionatamente le direttive. Ora dobbiamo considerare quali benefici questa posizione di mediatrice potrebbe apportare alla nostra economia.
Possibili vantaggi per l’economia italiana
Consideriamo la situazione attuale. I dazi americani imposti a Francia, Germania e altri paesi del nord Europa possono paradossalmente favorire l’Italia, che potrebbe esportare negli USA in condizioni di vantaggio relativo rispetto ai suoi partner europei. Tuttavia, anche le nostre economie sono interconnesse con quelle di Germania e Francia, e non ci conviene che queste ultime subiscano un tracollo. Pertanto, la mediazione italiana potrebbe prevenire un peggioramento della congiuntura internazionale a nostro svantaggio.
Il fatto che Roma mantenga una posizione negoziale e non ostile nei confronti di Washington non è passato inosservato negli USA, sia sul piano politico che economico-finanziario.
Le grandi imprese industriali, le banche e i fondi statunitensi tengono conto del contesto geopolitico nelle loro strategie, evitando di esporsi eccessivamente verso economie a rischio di rappresaglie da parte del governo americano. Questo pone l’Italia in una posizione di vantaggio relativo, come dimostrato dall’aumento degli acquisti di titoli di stato italiani da parte degli investitori stranieri, che nel 2025 hanno registrato un incremento di 108,2 miliardi in soli 10 mesi.
L’Italia tra USA e UE riacquista protagonismo
L’Italia sta guadagnando fiducia e prestigio adottando un approccio pragmatico e cercando di mantenere un equilibrio tra le esigenze dell’euro-atlantismo. Questo atteggiamento rassicura i detentori di capitali. Inoltre, potrebbe aumentare l’interesse da parte dei colossi della Silicon Valley, che potrebbero vedere con favore l’apertura di stabilimenti in Europa per mitigare il peso della regolamentazione UE e possibili misure ritorsive. In generale, il protagonismo equilibrato del nostro Paese sul palcoscenico internazionale migliora la reputazione del debito e delle aziende italiane, consolidando la reputazione e attraiendo capitali. Non siamo più una potenza periferica, facilmente trascurabile. Per i mercati, questo significa molto. Nel peggiore dei casi, Roma contribuirebbe a distendere i rapporti, a tutto vantaggio dell’economia europea nel suo complesso.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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