Era dal giugno del 2000 che l’indice FTSE MIB non superava la soglia dei 48.200 punti. In quel periodo, il contesto era completamente diverso. La Cina non aveva ancora fatto il suo ingresso sui mercati globali e l’economia internazionale era prevalentemente influenzata dall’Occidente. Inoltre, i mercati erano scossi dalla cosiddetta “bolla dot.com”, il cui scoppio causò un tracollo per l’indice milanese, che crollò fino a scendere sotto i 25.000 punti. Da allora, l’indice non aveva più raggiunto i livelli iniziali del nuovo millennio. Il record da sfidare è quello registrato il 7 marzo 2000, pari a 51.273 punti. È necessario un ulteriore incremento del 6% o giù di lì per eguagliarlo.
Il FTSE MIB si avvicina al record
La recente ascesa del FTSE MIB coincide con l’insediamento del governo di Giorgia Meloni, che ha preso le redini del Paese a fine ottobre 2022 con l’indice a circa 22.000 punti. Da quel momento, l’indice ha registrato un aumento del 120%. Le politiche adottate dalla corrente maggioranza di centro-destra, incentrate sulla stabilità dei conti pubblici e sul mantenimento delle relazioni internazionali nell’ambito della tradizione euroatlantica, hanno ricevuto il plauso dei mercati finanziari.
Il record storico del FTSE MIB potrebbe essere raggiunto presto, soprattutto se i mercati percepissero un’imminente risoluzione del conflitto tra USA e Iran. Questo scenario favorirebbe un rialzo delle azioni, che a marzo erano state penalizzate dalla volatilità dovuta all’aumento dell’avversione al rischio tra gli investitori. Al contrario, è possibile che l’indice si ritragga dai massimi storici a causa delle crescenti preoccupazioni riguardo lo stato dell’economia globale, aggravato dal rincaro energetico.
I rischi del conflitto in Iran
La stagflazione rappresenta una grave minaccia per i mercati globali. L’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede una significativa “distruzione della domanda di petrolio”. Consumi e investimenti potrebbero ridursi a causa dell’elevato costo della vita, e in particolare, famiglie e aziende potrebbero diminuire il consumo di energia per limitare i costi delle bollette. Questo influenzerebbe negativamente le azioni delle compagnie petrolifere, del gas e dell’energia elettrica. Per esempio, solo Enel ed Eni rappresentano più di 170 miliardi di euro di capitalizzazione, coprendo il 15% dell’intero mercato azionario italiano.
L’indice FTSE MIB, che include i 40 titoli più capitalizzati delle società quotate a Milano, è principalmente sostenuto dai settori energetico e bancario. E affinché il vecchio record possa essere superato, è essenziale che questi settori non subiscano contraccolpi. Le banche italiane, come quelle di altre parti del mondo, risentirebbero negativamente di una potenziale crisi economica. Il loro business si basa sul prestare denaro a soggetti che poi debbano essere in grado di restituirlo entro i termini stabiliti. Le recessioni, specialmente se accompagnate da alta inflazione, aumentano il rischio di insolvenza.
Tempi di recupero insostenibili
Anche la lettura del grafico storico del FTSE MIB può essere interpretata in relazione al record del 2000. In uno scenario ottimale, sarebbero necessari più di 26 anni per tornare ai livelli massimi. Ipotesi teorica per un investitore che avesse acquistato in quel periodo, ci sarebbero voluti più di un quarto di secolo solo per recuperare il capitale investito.
Purtroppo, nel frattempo, l’inflazione italiana ha eroso circa il 63% del potere d’acquisto. Ciò significa che l’indice dovrebbe salire almeno a 84.000 punti per mantenere il valore reale del capitale investito. E fino a quando ciò non accadrà, i prezzi al consumo continueranno a crescere, allontanando sempre più l’investitore occasionale dall’obiettivo minimo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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