Ieri è stata una giornata memorabile per il mercato azionario italiano. Grazie agli sviluppi positivi nelle relazioni tra Stati Uniti e Iran, l’indice FTSE MIB ha chiuso a 50.220 punti, superando il precedente massimo di 50.109 punti stabilito il 6 marzo 2000. A quel tempo, l’indice era noto come MIB 30 e comprendeva i primi 30 titoli per capitalizzazione di mercato, rispetto agli attuali 40. Quest’incremento è attribuibile principalmente all’espansione del settore bancario negli ultimi anni, che ha visto un incremento superiore al 500% in poco più di sei anni. Attualmente, le banche italiane hanno un peso sul listino principale di circa il 37,5%, sebbene abbiano raggiunto un picco del 40% alla fine del 2025.
Un FTSE MIB da record nonostante la crisi energetica
È interessante notare come il mercato azionario italiano abbia raggiunto nuovi massimi storici in un periodo di non brillanti prospettive macroeconomiche. La crescita del PIL è rallentata e l’inflazione è in aumento a causa della crisi energetica, con un conseguente incremento del costo del debito. Questa situazione è stata scatenata dalla guerra nel Golfo Persico e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, ma è evidente una discrepanza tra il mercato azionario e quello che viene definito come “economia reale”, un fenomeno osservabile globalmente.
La Borsa Italiana valutata con forte sconto
Le borse anticipano le prospettive economiche future. Salgono se prevedono un aumento dei profitti delle aziende quotate; scendono nel caso opposto. Ma c’è di più dietro la crescita dell’FTSE MIB.
Ai tempi del record precedente del 2000 e poco prima dello scoppio della bolla dot.com, il rapporto prezzo-utili (P/E) era superiore a 30, anche più alto di quello di Wall Street. Oggi, il P/E è solo 14,5, molto più basso rispetto ai 32 di Wall Street. Questo indica che, mentre un tempo la Borsa Italiana era valutata in linea con le altre principali borse globali, oggi è notevolmente sottostimata, specie rispetto agli Stati Uniti e ad altre borse importanti.
Il recente boom del FTSE MIB non implica un afflusso specifico di capitali a Milano. Il nostro mercato finanziario sta recuperando dalle profondità in cui era stato precipitato dalla crisi del debito sovrano, quando il P/E si abbassò a tra 6,5 e 7. Stiamo assistendo a un passaggio da uno sconto molto forte a uno ancora significativo rispetto a Wall Street (55%), ma con una convergenza verso le altre borse europee. Gli investitori stanno riacquistando fiducia nell’Italia, come dimostrano il repricing dei BTP e i numerosi miglioramenti del rating negli ultimi tempi.
26 anni per recuperare
Questo record rivela anche un altro dato: sono stati necessari più di 26 anni per tornare al punto di partenza.
Se un investitore italiano di 30 anni avesse acquistato azioni al loro massimo storico, oggi, a 56 anni, il suo portafoglio varrebbe quanto allora. Con la differenza che nel frattempo ha subito un’inflazione cumulata di circa il 65%. Sarebbe in grado di uscire dal mercato senza perdite reali solo vendendo a un prezzo che compensi la perdita del potere d’acquisto. Probabilmente, gli servirebbero ancora anni, supponendo che le condizioni di mercato continuino a migliorare.
Questo non è un caso isolato. In questo quarto di secolo, l’Italia ha subito un declino economico e geopolitico. Il nostro PIL è cresciuto solo marginalmente in termini reali, gli stipendi sono diminuiti, il debito pubblico è aumentato e la popolazione è invecchiata, con un tasso di natalità ai minimi storici. Nel 2012, l’FTSE MIB aveva perso il 75% del suo valore rispetto al picco del secolo, evidenziando il crollo di un intero sistema economico.
FTSE MIB come il Nikkei-225?
Il nuovo record storico ci riporta semplicemente al punto in cui eravamo rimasti. Nessuna delle principali borse mondiali ha registrato una performance così negativa, ad eccezione di Tokyo. In Giappone, sono stati necessari oltre 34 anni per recuperare le perdite. Il Giappone e l’Italia hanno avuto molto in comune negli ultimi decenni: bassa crescita, alto debito e declino demografico. La buona notizia (e la speranza) è che il Nikkei-225 è cresciuto di quasi il 70% in poco più di 2 anni.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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