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Talenti Sprecatici in Serie A: Perché l’Italia è in Ritardo e Lezioni dall’Europa

Talenti sprecati in Serie A: perché l’Italia resta indietro e cosa imparare dall’Europa
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Pubblicato da Enzo Conti
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Crisi del calcio italiano: terza mancata qualificazione ai mondiali. Necessarie riforme, anche per i talenti inutilizzati in Serie A

Il calcio è soggetto a ciclicità ovunque, ma in Italia la situazione è critica dopo la terza esclusione consecutiva dalla fase finale dei mondiali. La sconfitta contro una squadra ritenuta modesta come la Bosnia ha evidenziato l’impellente bisogno di riforme, spesso procrastinate a causa della miopia dei club e di dirigenti federativi poco capaci, se non totalmente inadeguati. I talenti forse non sono più quelli di una volta, ma la Serie A si è trasformata negli ultimi decenni in un ricettacolo per i calciatori scartati dagli altri campionati europei. È tempo di affrontare la realtà: le dimissioni di Gabriele Gravina dalla presidenza della FIGC sono arrivate solo pochi mesi dopo la sua elezione con il 99,7% dei voti delle società professionistiche.

In Italia si tende a cercare capri espiatori quando le cose vanno male, evitando di confrontarsi con gli errori commessi, anche quelli recenti.

I talenti della Serie A relegati in panchina

Oggi si parla tanto della necessità di riforme nel calcio. La maggior parte degli esperti, degli addetti ai lavori e dei tifosi sembra concordare su un punto: la Serie A deve tornare a valorizzare i talenti. È fondamentale ripartire dai settori giovanili, che in Italia sono accessibili solo a pochi eletti. Le famiglie spesso non possono permettersi i costi elevati, nonostante il calcio sia sempre stato uno sport popolare. Al contrario, altri sport considerati minori sono molto più accessibili economicamente.

Comparazione con l’estero

Partendo da queste considerazioni, perché i talenti non emergono in Serie A o, se lo fanno, perché non vengono valorizzati adeguatamente? Il problema è complesso e merita un confronto internazionale.

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In Premier League, un giovane di 19-20 anni può vantare almeno 2.000 minuti giocati prima di essere trasferito. In Serie A, il medesimo giocatore accumula meno di 1.000 minuti, spesso entrando a partita in corso. Questo permette ai club inglesi di valorizzare i giovani e di venderli con un incremento del prezzo del 200-300% rispetto al costo sostenuto per la loro crescita nei settori giovanili.

La differenza sta nel curriculum. Un club non acquista un giovane promettente senza che questo abbia dimostrato il suo valore. Ma non è possibile dimostrarlo giocando pochi minuti, spesso in partite di scarso rilievo. Di conseguenza, i talenti in Serie A sono meno redditizi rispetto ad altri campionati, e pertanto se ne investe meno nella loro crescita. Si preferisce scommettere su giocatori già affermati, ma anche questa strategia non sta portando grandi risultati da tempo.

Giovani sottovalutati, ricerca di risultati immediati

Alcuni dati aiutano a comprendere meglio la situazione. Nel 2025, i ricavi dalla vendita di giovani talenti ammontavano a 1,46 miliardi di euro in Liga, rappresentando il 45% del totale. In Serie A, questi ricavi si attestavano a soli 890 milioni, il 28% del totale. Preceduti da Premier League con 1,07 miliardi (22%) e Bundesliga con 960 milioni (31%).

Quasi alla pari con la Serie A troviamo la Ligue 1 con 760 milioni (26%). I modelli adottati sono diversi: la Spagna segue una strategia più aggressiva nella valorizzazione e rivendita al momento giusto, mentre la Germania adotta un approccio più conservativo. Altri campionati valorizzano meglio i giovani talenti, inserendoli stabilmente nelle squadre o vendendoli al momento più opportuno.

Perché in Serie A i giovani giocano poco e male? È una questione di mentalità, aggravata dalla pressione per risultati immediati. Il nostro campionato è meno attraente sui mercati come quello asiatico e americano, rendendo meno preziosi i diritti TV: solo 900 milioni di euro rispetto ai 3 miliardi dei club inglesi. In un circolo vizioso, per cercare di aumentare l’appetibilità, le nostre società puntano su nomi altisonanti, ma alla fine questo approccio sta segando l’albero su cui siamo seduti. I giovani non crescono e si finisce per dover acquistare vecchi giocatori dall’estero, con risultati deludenti.

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Settori giovanili, facile fonte di guadagno

Le responsabilità partono anche dalle basi. I settori giovanili sono spesso visti come un modo facile per fare soldi rapidamente. Ai club di Serie A vengono chieste somme esorbitanti per vendere loro presunti talenti senza una verifica accurata del loro potenziale. Questo costringe a cercare all’estero, dove la fame di successo e il desiderio di lasciare certe realtà rendono le richieste più ragionevoli. E ai club non importa se la Nazionale manca di giocatori italiani da schierare negli europei o nei mondiali: devono bilanciare i loro conti, soprattutto se sono quotati in borsa e devono rendere conto agli azionisti, non alla FIGC.

Mancanza di talenti in Serie A per la difesa dello status quo

Anche il wage/revenue, il rapporto tra stipendi e ricavi, per molte società di Serie A è tra il 70-80%, talvolta superando anche il 90%. Non si può quindi chiedere loro di aumentare ulteriormente le spese per i contratti. I ricavi da stadio rappresentano solo il 10-15% del totale, contro il 20-30% in Premier League.

Incide anche il basso numero di stadi di proprietà, che limita la valorizzazione degli impianti. Alla fine, si tratta di una questione di risorse. Le limitazioni finanziarie impongono scelte miopi che nessuno ha finora voluto mettere in discussione per paura di peggiorare la situazione.

La difesa dello status quo è una pratica comune in Italia in tutti i settori. I talenti ci sono, ma non vengono né cercati né coltivati. È più facile acquistare a prezzi gonfiati chi può rendere di più immediatamente, piuttosto che investire con una visione a lungo termine. Ma non si parla solo di calcio: è l’intero sistema Italia che si basa su questa mentalità a brevissimo termine, dove pochi hanno il coraggio di guardare oltre e prendere rischi. La Serie A non fa eccezione e i risultati parlano chiaro, con responsabilità diffuse.

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giuseppe.timpone@investireoggi.it

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