Generali si trova al centro di un nuovo risiko finanziario in Italia. Le sue azioni hanno raggiunto livelli record, superando i 38 euro, e la capitalizzazione di mercato della compagnia assicurativa è ora vicina ai 60 miliardi di euro. L’attenzione si è concentrata su Trieste giovedì scorso, quando durante l’assemblea degli azionisti, Unicredit è emersa con una partecipazione dell’8,72%, in aumento rispetto al 6,68% delle settimane precedenti. Il giorno seguente, nel tardo pomeriggio, è stato registrato un ordine massiccio di 3,75 milioni di azioni di Generali, per un valore di 141 milioni di euro, corrispondenti allo 0,24% del capitale. I sospetti si sono concentrati sulla banca di Milano, guidata da Andrea Orcel.
Risiko Generali: MPS pronta a cedere?
Per quale motivo aumentare così significativamente la propria quota in un asset, se non si ritiene strategico per il proprio business? I media hanno diffuso un’indiscrezione: Monte Paschi di Siena, che possiede il 13,19% di Generali dopo aver acquisito Mediobanca, sarebbe disposta a vendere questa partecipazione di controllo. L’istituto ha categoricamente negato, affermando che “non c’è alcuna ipotesi di vendita in esame al momento”.
Bisogna prestare attenzione ai dettagli. Rocca Salimbeni non ha detto che non venderà mai, ma semplicemente che al momento non sta considerando una cessione. In altre parole, la partecipazione non è sacrosanta.
Il risiko intorno a Generali nasce dalla rilevanza del Leone, che gestisce asset per 900 miliardi di euro. È un baluardo dei risparmi italiani, tanto che il governo Meloni lo scorso anno non ha nascosto il suo disappunto per la joint venture annunciata con la francese Natixis per una sgr da 1.800 miliardi. L’accordo è naufragato sotto la pressione politica dopo che Monte Paschi ha acquisito Mediobanca attraverso un’OPA. Le analisi dell’epoca suggerivano che l’acquisizione era stata incoraggiata dal Tesoro per evitare che i risparmi italiani finissero all’estero.
Se Siena decidesse di vendere la sua quota in Generali, al prezzo attuale di mercato potrebbe incassare almeno 7,8 miliardi di euro, più un eventuale premio per il trasferimento del potere di controllo all’acquirente. Questi fondi sarebbero utili per altre operazioni di consolidamento, come l’acquisto del 30% di Banco BPM, rimanendo al di sotto della soglia per un’OPA obbligatoria, con un costo di circa 5,7 miliardi di euro. Questo potrebbe finalmente creare il terzo polo bancario che il Tesoro persegue da anni, ricordando che è ancora presente a Siena con una quota del 4,86%. A vendere potrebbe essere Crédit Agricole, recentemente salita al 22,8% di Piazza Meda, realizzando un’enorme plusvalenza avendo acquistato a prezzi ben inferiori ai valori attuali.
Delfin si riorganizza con Leonardo Maria come socio di spicco
Il risiko di Generali potrebbe anche essere scatenato da Leonardo Maria Del Vecchio. Il giovane erede della famiglia ha recentemente ottenuto l’approvazione dell’assemblea di Delfin per acquisire le quote dei fratelli Luca e Paola, salendo così al 37,5% della holding. Questa detiene il 17,50% di Monte Paschi, il 10% di Generali e il 2,7% di Unicredit, limitatamente al contesto italiano.
Da tempo si rumoreggia che egli voglia dismettere alcune di queste partecipazioni per liberare capitali e reinvestire altrove. Tra il 13,19% di Siena e il 10% di Del Vecchio, quasi un quarto del capitale della compagnia potrebbe cambiare mano.
La situazione si complica a seconda degli sviluppi futuri. Se, per esempio, Delfin vendesse il suo 17,50% in Monte Paschi a Unicredit, quest’ultima potrebbe trovare conveniente controllare la compagnia indirettamente, come primo azionista della banca senese. In seguito, sommando il suo attuale 9%, potrebbe dominare l’assemblea. Tuttavia, per farlo dovrebbe negoziare con gli altri soci e il consiglio di amministrazione, e Orcel non è tipo da legarsi alle decisioni altrui. Pertanto, il risiko attorno a Generali sta delineando uno scenario ancora molto fluido.
Risparmi italiani elevati, credito alle imprese limitato
Il governo non resterà a guardare. Queste manovre finanziarie hanno senso solo se supportano la crescita economica. Come? Facilitando l’erogazione di credito al tessuto imprenditoriale, che da anni soffre di restrizioni con conseguenze preoccupanti in termini di produzione industriale perduta e di manifattura in declino. Giocare a risiko è accettabile, ma non quando si tratta di Generali, poiché l’obiettivo non può essere puramente speculativo. Sottrarre la compagnia agli appetiti stranieri senza poi essere in grado di indirizzare i risparmi dove necessario sarebbe controproducente. Ma, come spesso accade, la visione del mondo politico non coincide sempre con quella dei finanziari.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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