In Italia, a giugno, l’inflazione è diminuita al 3% rispetto al 3,2% di maggio, e i prezzi non hanno mostrato aumenti su base mensile. I prodotti alimentari freschi hanno visto un incremento del 4,5%, inferiore al 5,5% del mese precedente. Nonostante ciò, molte famiglie rimangono scettiche riguardo ai dati ufficiali forniti dall’ISTAT, sentendo direttamente l’effetto della “shrinkflation”, un argomento di cui si è discusso ampiamente. Questa pratica consiste nella riduzione della quantità di un prodotto mantenendo inalterato il suo prezzo, inducendo i consumatori a pensare che non ci sia stato un incremento del costo, sebbene il prezzo unitario sia effettivamente aumentato.
Casi tipici di shrinkflation
Un esempio classico di questa pratica si trova nel settore dei gelati.
Il gelato Magnum Classic è diminuito da 79 grammi a 75 grammi nel corso di cinque anni, il Coppa del Nonno da 72 a 65 grammi e il Maxibon da 102 a 96 grammi. Nel frattempo, i loro prezzi sono aumentati rispettivamente del 26%, 25% e 43%. Questo porta a una riflessione meno dibattuta sulla “shrinkflation”: non evita direttamente gli aumenti di prezzo, ma li posticipa. In altre parole, riducendo le quantità, il produttore non elimina gli aumenti di prezzo ma li rende più graduati.
Non è considerata una truffa per il consumatore
Le associazioni dei consumatori sollecitano misure legislative e denunciano una mancanza di trasparenza o addirittura una truffa nei confronti degli acquirenti. È importante chiarire che, nonostante la “shrinkflation” induca i consumatori a credere che i prezzi rimangano invariati, le confezioni mostrano ancora il peso, il volume o la lunghezza del prodotto. Non si tratta di un inganno vero e proprio. È una strategia di marketing che richiede maggiore attenzione da parte dei consumatori.
E l’inflazione rilevata viene alterata dalla shrinkflation? La risposta è no. L’ISTAT calcola i prezzi dei prodotti considerando le unità di misura appropriate. Per esempio, se il prezzo della pasta è monitorato per kg, quando la quantità di una confezione di fusilli passa da 500 a 450 grammi (-10%) mantenendo lo stesso prezzo di 1,50 euro, l’ISTAT registra un aumento dell’11%, poiché il prezzo al consumo per kg sale da 3,00 a 3,33 euro.
L’impatto sulla rilevazione dell’inflazione
Quindi, la “shrinkflation” non distorce al ribasso i dati sull’inflazione. L’aspetto negativo di questo fenomeno è che i rincari vengono spesso solo posticipati di qualche mese, portando i consumatori a spendere di più per una quantità inferiore di prodotto. Potremmo richiedere tutte le regolamentazioni possibili, ma l’alternativa sarebbe pagare di più per la stessa quantità di prodotto. A meno che non si immagini un intervento dello stato nel fissare i prezzi sugli scaffali e le quantità standard delle confezioni, sostituendosi ai produttori.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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