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Upsizing nei supermercati: confezioni più grandi, spese alle stelle!

Confezioni più grandi, spesa più alta: il fenomeno dell’upsizing nei supermercati
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Pubblicato da Enzo Conti
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Il consumatore spesso non si rende conto di essere influenzato non solo dalla shrinkflation, ma anche dall’upsizing, una pratica comune nei supermercati.

La “shrinkflation” rappresenta una delle maggiori preoccupazioni attuali per i consumatori, i quali temono di pagare di più per ottenere prodotti in confezioni ridotte, mantenendo però prezzi pressoché invariati. Questo fenomeno fa sì che il costo per unità aumenti senza che i consumatori se ne rendano conto. Ma sapevate che esiste anche il fenomeno contrario? È conosciuto come “upsizing”, ovvero quando i produttori decidono di vendere confezioni di dimensioni maggiori a prezzi che sembrano più vantaggiosi.

Upsizing: un costo unitario ridotto

Un esempio classico di questa strategia di marketing che si protrae da decenni è il detersivo per lavatrice. Marchi noti come Dixan, Dash e Ariel offrono flaconi da 24 lavaggi accanto a quelli da 40-50 lavaggi sugli scaffali dei negozi.

Il costo delle confezioni più grandi è proporzionalmente inferiore, spingendo così i consumatori a sceglierle al posto di quelle più piccole. La stessa dinamica si applica alla carta igienica, che parte da pacchi di 4 rotoli fino ad arrivare a quelli di 36, con un prezzo unitario che diminuisce all’aumentare della quantità.

Questo schema si ripete in svariati prodotti. Negli ultimi anni, il prezzo delle capsule per il caffè tende a diminuire all’aumentare delle capsule per confezione. Lo stesso accade per yogurt, patatine, snack, capsule per lavastoviglie, biscotti, brioches, e via dicendo. L’upsizing domina in questi settori. Ma qual è il problema? Il consumatore paga meno per ogni unità di prodotto, quindi dovrebbe essere soddisfatto. Se critichiamo la shrinkflation, non dovremmo teoricamente opporci anche a questa strategia inversa.

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Spese in anticipo per quantità maggiori

La realtà è meno piacevole di quanto possa sembrare. Entrambi i fenomeni presentano pro e contro per il consumatore, ma spesso i pregiudizi superano l’analisi razionale.

Quando un produttore riduce le dimensioni delle confezioni, lo fa per evitare di aumentare eccessivamente il prezzo. Questo permette al consumatore di non subire un incremento di spesa significativo. A volte, non abbiamo bisogno di 50 grammi di pasta in più. Tendiamo a consumarla tutta (o a buttarla) solo perché è presente in quantità standard nella confezione. Con l’upsizing, al contrario, acquistiamo più prodotto semplicemente perché il costo per unità è minore. Ma siamo sicuri di averne bisogno? Per i prodotti deperibili, come gli alimenti, il rischio è quello di accumulare scorte eccessive, contribuendo agli sprechi.

Carrello pieno, stipendio che si esaurisce più rapidamente

In generale, l’upsizing “obbliga” i consumatori a sostenere spese in anticipo per prodotti che potrebbero non necessitare per settimane o mesi. Questo conviene ai produttori, che incassano di più immediatamente, permettendo loro di ridurre il prezzo unitario grazie alla diminuzione dei costi fissi. Il consumatore può credere di fare un affare, ma non è sempre così. Potremmo considerarlo una forma paradossale e mascherata di inflazione. Il prezzo per unità è più basso, ma si finisce per spendere di più in un’unica soluzione. Lo stipendio si dissolve più rapidamente passando da uno scaffale all’altro del supermercato, lasciandoci con la spiacevole sensazione di esserci impoveriti nonostante il carrello pieno.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

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