Generali e il Gruppo delle Banche Popolari e delle Casse di Risparmio (Bpce), che include la grande entità finanziaria Natixis, hanno raggiunto un’intesa preliminare per fondare una società congiunta dedicata alla gestione del risparmio. Il conglomerato francese gestisce attualmente un patrimonio di 1.200 miliardi di euro, a fronte dei 650 miliardi gestiti dalla sede di Trieste. Questa alleanza, se finalizzata, porterebbe alla creazione di uno dei più grandi gestori di fondi in Europa, con attivi prossimi ai 2.000 miliardi di euro. Secondo l’accordo corrente, Nicolas Namias, amministratore delegato di Bpce, assumerà la presidenza del consiglio di amministrazione, mentre Philippe Donnet, CEO di Generali, sarà il vicepresidente. Woody Bradford, CEO di GIH, sarà nominato CEO e Philippe Setbon, CEO di Natixis, ricoprirà il ruolo di Vice CEO.
Opposizioni interne in Generali sull’accordo con Natixis
La fusione promette significative economie di scala che potrebbero ridurre i costi e offrire migliori prodotti sul mercato, beneficiando i clienti. Tuttavia, non tutti sono favorevoli a questa manovra. Stefano Marsaglia, membro del comitato investimenti di Generali, ha espresso il suo dissenso votando contro la proposta.
Marsaglia rappresenta gli interessi di Francesco Gaetano Caltagirone e della holding Delfin di Leonardo Del Vecchio, che costituiscono l’opposizione interna al Leone di Trieste. Essi detengono rispettivamente il 6,9% e il 9,9% delle azioni.
Le critiche sollevate riguardano principalmente questioni procedurali, come l’assenza di una convocazione di un’assemblea straordinaria per l’approvazione dell’accordo. Secondo gli oppositori, Generali si trasformerebbe da compagnia assicurativa in gestore di risparmio, con seri dubbi sulla parità effettiva nella governance, dato che entrambe le parti detengono il 50% delle quote. Inoltre, non è stata pianificata alcuna strategia di uscita in caso di esiti negativi. Persistono timori che i risparmi degli italiani possano essere dirottati all’estero.
Queste preoccupazioni sono state prontamente smentite da Donnet, che ha etichettato tali interpretazioni come “infondate”.
Secondo il CEO francese, la nuova entità si limiterà a gestire i risparmi seguendo le direttive di Generali e Bpce, senza modificare l’essenza delle operazioni. La conclusione dell’accordo non è prevista prima di un anno, dato che attualmente i francesi e Generali lavorano rispettivamente con 16 e 14 gestori diversi, e sarà necessario definire la cessazione di queste collaborazioni.
Il rischio del golden power
L’accordo è soggetto al pericolo dell’applicazione del “golden power” del governo, che potrebbe intervenire per bloccare la fusione considerandola un asset strategico. Gli azionisti di minoranza di Generali, che si preparano per la rielezione del CDA in maggio, potrebbero trarne vantaggio. Nei mesi scorsi, si è ipotizzato che l’acquisizione di quote in Monte Paschi di Siena insieme a Banco BPM facesse parte di una strategia più ampia per ottenere il controllo del Leone con l’aiuto dell’istituto milanese. I due azionisti detengono insieme il 27,57% di Mediobanca, che a sua volta possiede il 13,10% di Generali.
Preoccupazioni per i risparmi italiani
Non tutti i 650 miliardi di euro gestiti da Generali sono di provenienza italiana, ma una significativa porzione lo è. Esiste il rischio concreto che questi fondi vengano deviati anziché essere impiegati nell’economia locale. Le recenti grandi fusioni franco-italiane hanno dimostrato che Parigi non tratta sempre alla pari con i soci privati, come dimostrato nei casi di Stellantis e EssilorLuxottica. Da anni, inoltre, il capitale francese cerca di acquisire controllo sui risparmi italiani, e non è la prima volta che si ipotizza un interesse specifico per Generali.
L’impiego del “golden power” non è così semplice come si potrebbe pensare. Il governo Meloni non è in sintonia con le istituzioni francesi, ma l’uso eccessivo di questo strumento potrebbe proiettare un’immagine di chiusura e ostilità verso il business, una posizione insostenibile per un paese con un debito pubblico di 3.000 miliardi di euro, finanziato a tassi ragionevoli grazie agli investitori stranieri, tra cui i francesi sono significativi.
La questione Natixis e il caso Unicredit
La situazione tra Generali e Natixis si complica ulteriormente considerando le due operazioni che Unicredit sta portando avanti in Germania con Commerzbank e in Italia con Banco BPM. Se il governo dovesse bloccare l’integrazione con il gestore di fondi francese, i tedeschi potrebbero facilmente opporsi alla scalata di una loro banca da parte di un istituto italiano. Non a caso, non sono stati rilasciati commenti ufficiali da parte del governo. È probabile che la premier Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, preferiscano operare discretamente, eventualmente avviando trattative con Andrea Orcel, CEO di Unicredit, per comprendere le sue intenzioni e valutare un possibile interesse nell’acquisizione delle quote di Caltagirone e Delfin in Mediobanca o Generali. L’assemblea di maggio sarà cruciale per definire i nuovi equilibri tra gli azionisti.
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