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Inflazione record in Italia: ecco come influisce sul tuo potere di acquisto!

Inflazione e potere di acquisto: come si spiega il dato record dell’Italia
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Pubblicato da Enzo Conti
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Durante gli anni di alta inflazione, il potere d’acquisto dei lavoratori in Italia si è incrementato più che in altre parti d’Europa. Come è stato possibile?

Nel contesto del dibattito pubblico, che comprende non solo questioni politiche, sembra che l’Italia stia affrontando livelli di inflazione allarmanti, con impatti significativi soprattutto sul potere di acquisto dei lavoratori. Tuttavia, i numeri forniti dall’Istat ci presentano un quadro differente: l’inflazione dei prezzi al consumo ha registrato un aumento dell’1% a gennaio, rispetto alla media dell’1,7% nella zona euro. Questo trend non è isolato. A partire da settembre 2023, l’aumento complessivo è stato del 2,2%. Da quel mese, l’inflazione annua ha continuato a scendere, stabilizzandosi sotto il 2%. Questi dati come si sposano con la percezione comune?

Il potere di acquisto confrontato con l’inflazione

L’inflazione è stata una realtà tangibile nel nostro paese. Tra settembre 2021 e settembre 2023, i prezzi al consumo hanno visto un aumento del 13,8%. Negli ultimi cinque anni, i prodotti alimentari hanno subito un incremento di prezzo di circa il 15%. Il carovita è un fenomeno concreto e non frutto di immaginazione. È altrettanto reale che gli aumenti salariali orari sono stati moderati: solo un +12% nei cinque anni fino a novembre dell’anno scorso.

Questo indica che c’è stata una perdita di potere di acquisto, sebbene alcune categorie siano state in grado di mitigare l’impatto meglio di altre.

Successivamente, i dati di Eurostat hanno cambiato la narrazione. L’Italia ha mostrato l’aumento più significativo del reddito disponibile nell’Unione Europea nel terzo trimestre del 2025 rispetto al trimestre precedente: +1,7%, superando Ungheria (+1,6%), Irlanda (+1,4%) e Portogallo (+1,3%). Tra le altre grandi economie, i dati sono molto inferiori: +0,6% in Spagna, +0,5% in Francia e -0,3% in Germania. Considerando il periodo dal quarto trimestre del 2022 al terzo trimestre del 2025, l’Italia ha registrato un +7,5%, seconda solo alla Spagna (+8,5%), ma molto avanti rispetto a Francia (+1,8%) e Germania (+1,2%). Nei primi nove mesi del 2025, l’Italia si distingue ancora con un +3,5% contro lo +0,9% in Spagna, +0,4% in Francia e +0,3% in Germania.

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Focus sui salari dei lavoratori

Quindi, non è corretto dipingere l’Italia come il fanalino di coda d’Europa. Dobbiamo però precisare che i recenti dati di Eurostat includono i redditi in senso lato, non solo gli stipendi dei lavoratori. Questi dati comprendono altre forme di entrate, come i redditi da lavoro autonomo, i profitti aziendali e le pensioni. Questo è un dettaglio importante, visto che il malcontento recente riguarda principalmente i redditi da lavoro fissi, ovvero quelli dei dipendenti. Le cifre di Eurostat non negano che questi abbiano subito una contrazione del potere di acquisto a causa dell’inflazione.

Inoltre, nel periodo considerato, le ore lavorate sono aumentate da 10,84 miliardi a 11,57 miliardi (+6,7%). Cosa significa? Il numero degli occupati è cresciuto da una media trimestrale di 23 milioni 126 mila a 24 milioni 102 mila (+4,2%). L’occupazione in Italia ha mostrato miglioramenti significativi, sebbene rimanga la più bassa nell’UE. Di conseguenza, sono aumentati anche i redditi da lavoro complessivi.

Redditi orari

Per analizzare l’evoluzione del potere di acquisto, è essenziale considerare i redditi orari. Se i redditi reali complessivi sono cresciuti del 7,5% in tre anni e nello stesso periodo il numero degli occupati è aumentato del 4,2%, ciò implica che i redditi reali per capita sono cresciuti del 3,1%. Bisogna anche tenere conto che nel periodo c’è stato un aumento del 2,4% delle ore lavorate per capita. La crescita reale oraria è quindi più contenuta rispetto ai dati inizialmente citati: +0,7%. Questo è comunque un risultato positivo, indicando che il potere di acquisto ha tenuto il passo con l’inflazione, perlomeno nel triennio analizzato. Tuttavia, come già sottolineato, questo include tutte le categorie e quindi non considera esclusivamente i redditi dei lavoratori dipendenti. L’Istat ha rilevato che i salari reali nel terzo trimestre del 2025 erano inferiori dell’8,8% rispetto ai livelli di gennaio 2021. Malgrado ciò, c’è stato un recupero, con le retribuzioni contrattuali aumentate nell’ultimo anno del 3,1% contro un’inflazione dell’1,5%. I lavoratori stanno gradualmente recuperando il potere di acquisto perduto. Se non percepiscono un miglioramento, è perché stanno recuperando dopo aver assistito a un crollo del proprio livello di benessere.

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Inflazione e potere di acquisto, il quadro generale

Dobbiamo evitare interpretazioni che favoriscano il governo o l’opposizione. I dati Eurostat offrono una visione generalmente positiva per il potere di acquisto delle famiglie in questi anni di alta inflazione. Mostrano una differenziazione tra i lavoratori dipendenti e altre categorie sociali. I primi beneficiano anche di un aumento dell’occupazione, che permette sia di lavorare di più sia a più persone di avere un impiego e guadagnare. Inoltre, la riduzione del carico fiscale sui redditi delle persone fisiche contribuisce a mitigare gli effetti negativi del carovita, che hanno sostenuto i conti pubblici attraverso il famigerato “fiscal drag“.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

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