Oltre 16 milioni di lavoratori italiani sono impiegati in aziende private o nel settore pubblico, un numero superiore ai 12-13 milioni che hanno espresso un voto affermativo nei quattro quesiti referendari sul lavoro della scorsa domenica. Questo ci indica come le questioni sollevate dai promotori del referendum non siano riuscite a coinvolgere direttamente quelli a cui erano indirizzate. È evidente che a rispondere al richiamo non siano stati solo i lavoratori dipendenti, ma anche molti disoccupati di tutte le età e pensionati.
Lavoratori autonomi e piccole imprese
Perché il referendum non ha avuto successo? Oltre alle interpretazioni di natura politica, un dato è fondamentale: in Italia ci sono più di 5 milioni di partite IVA, ovvero lavoratori indipendenti che non dipendono da un datore di lavoro. Questi rappresentano il 21,4% del totale degli occupati, più di un quinto, una percentuale maggiore rispetto ad altri Paesi. Questo ci dice molto sul carattere degli italiani: prediligiamo l’ingegnosità, specialmente quando le opportunità scarseggiano; abbiamo uno spirito generalmente indipendente e spesso poco tollerante verso la subordinazione; ci piace metterci in gioco.
In Italia esiste un diffuso spirito d’impresa, spesso non percepito dalle istituzioni. Accanto alle 221.000 grandi aziende, esistono 4,9 milioni di piccole e medie imprese che impiegano fino a 50 persone e hanno un fatturato massimo di 50 milioni di euro. Queste aziende occupano circa 19,6 milioni di persone. In media, quindi, un’azienda italiana ha 4 dipendenti, inclusi i titolari.
Pragmatismo al posto dei diritti astratti
I dati ci aiutano a comprendere cosa sia accaduto alle urne. In un’economia dominata da micro e piccole imprese, la percezione è diversa rispetto a quella che si ha nei contesti con grandi aziende. I diritti sono invocati dove ci sono sindacati forti, che si sviluppano nelle grandi realtà aziendali dove i lavoratori sono numerosi e spesso non si conoscono a fondo neanche tra loro, mantenendo relazioni limitate con i dirigenti, quando non sconosciuti.
I lavoratori delle piccole e medie imprese vivono la loro situazione lavorativa in modo diverso. Spesso hanno un rapporto personale o quasi familiare con il loro datore di lavoro. Potrebbe sembrare che sia la gratitudine a minare la cultura dei diritti. Non è esattamente così. In una piccola azienda, dove il personale è limitato, le informazioni circolano rapidamente. I dipendenti sono consapevoli delle reali condizioni finanziarie e delle sfide burocratiche e fiscali che i loro datori di lavoro devono affrontare. Questo li porta spesso a solidarizzare con loro, consapevoli che il vero ostacolo possa essere il parassitismo statale.
Bassi salari, un problema grave
Discutere di diritti puramente teorici in un contesto come quello del mercato del lavoro italiano può rivelarsi un boomerang.
Non si tratta di un problema di coscienza di classe, nel senso marxista del termine. Piuttosto, è una consapevolezza di come stanno realmente le cose. Ciò non significa che i lavoratori italiani siano soddisfatti. Al contrario, la fuga dei giovani all’estero e il livello di disoccupazione, se confrontato a livello internazionale, parlano di un alto grado di insoddisfazione. Di cosa? Principalmente del sovraccarico di lavoro e delle basse retribuzioni. Lavorano in media 109 ore all’anno in più rispetto ai loro colleghi tedeschi, guadagnando circa un quarto in meno.
Siamo l’unica economia dell’OCSE in cui gli stipendi, al netto dell’inflazione, sono diminuiti dal 1990. Lavorare oggi rende meno di 35 anni fa. C’è stata una apparente inversione di tendenza l’anno scorso, quando i rinnovi contrattuali hanno dovuto rispondere all’incremento dell’inflazione tra il 2021 e il 2023. Solo il tempo dirà se i lavoratori vedranno stabilmente migliorare le loro retribuzioni. Tuttavia, le opportunità di lavoro sono aumentate: ci sono 2,2 milioni di posti di lavoro in più rispetto a dieci anni fa, di cui oltre 2 milioni sono assunzioni a tempo indeterminato contro circa +340.000 contratti a tempo determinato.
Lavoratori penalizzati da produzioni deboli
Quando la CGIL afferma che esiste una precarietà lavorativa, probabilmente confonde la realtà. Non è la stabilità del lavoro la vera emergenza oggi, come alcuni anni fa. Sono i salari bassi a rendere precaria la vita dei lavoratori. La loro crescita è limitata dalla bassa produttività, influenzata da diversi fattori. Tra questi, il ruolo dello stesso sindacato, che per interessi propri predilige le realtà “labour intensive”, anche se focalizzate su produzioni deboli e vulnerabili alla concorrenza (anche salariale) delle economie emergenti.
Stanno avvenendo cambiamenti in settori colpiti dal declino demografico, come quello turistico-alberghiero. La scarsità di giovani lavoratori sta spingendo gli imprenditori ad aumentare i salari. I miglioramenti sono ancora limitati, ma l’assenza di alternative costringerà le aziende a continuare su questa strada se non vogliono chiudere. Una sorta di rivincita, frutto del puro darwinismo, e non certo per merito del “sistema Paese”. Anche per questo i lavoratori hanno disertato i seggi.
Non credono più nei sindacati, che per decenni hanno trascurato dove erano necessari, continuando a proteggere le solite figure e a strumentalizzare il loro ruolo per finalità politiche e di carriera personale.
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Enzo Conti è profondamente radicato nella cultura italiana, grazie al suo lavoro di ristoratore e promotore del patrimonio locale. Il suo ristorante non è solo un luogo in cui gustare i sapori della Puglia, ma anche uno spazio dove cultura e storia si incontrano. Enzo organizza eventi per far conoscere le ricchezze della regione, affrontando anche questioni di società, politica locale e preservazione dell’ambiente attraverso il cibo.



