Anche il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, promosso come rimedio ai problemi storici dell’Italia, non ha portato i risultati sperati per la nostra crescita economica. Il Prodotto Interno Lordo italiano rimane fermo, con incrementi minimi. Questo è il risultato di problemi strutturali, come dimostrato dai dati relativi alle spese in educazione e al confronto con le spese per le pensioni.
Investimenti in educazione e spese per le pensioni in Italia
Quante volte abbiamo sentito dire che l’Italia non è un paese per i giovani? La “fuga dei cervelli” illustra chiaramente il problema: tra il 2021 e il 2025, si stima che circa 100.000 laureati abbiano lasciato il paese, a fronte di soli 30.000 nuovi ingressi. Ciò porta a un saldo negativo di 70.000 persone. Questo indica che non solo abbiamo pochi laureati rispetto ad altri paesi europei, ma molti di loro cercano opportunità di lavoro all’estero dopo aver completato gli studi nelle nostre università.
Il danno è doppio: costi gravosi per il bilancio statale italiano e benefici per aziende e stati esteri.
Perché succede questo? L’economia italiana non cresce abbastanza e non genera sufficienti posti di lavoro qualificati. È un ciclo vizioso: i giovani più qualificati abbandonano l’Italia in cerca di migliori salari e opportunità di carriera, portando con sé le loro competenze e condannandoci a una crescita stagnante degli ultimi trent’anni. Questo non è un fenomeno casuale, ma è il risultato di un cortocircuito generazionale creatosi nel tempo. I governi italiani hanno cercato di guadagnare consenso elettorale concentrando l’attenzione sulle generazioni del momento, trascurando le nuove.
Un indicatore significativo dell’attenzione riservata ai giovani è rappresentato dagli investimenti in educazione. Nel 1950, poco dopo la guerra e in una situazione di semi-analfabetismo, l’Italia investiva solo il 2,4% del suo Pil in scuola e università. Questa percentuale è cresciuta fino al 5,2% nel 1980, per poi diminuire e stabilizzarsi intorno al 4% attuale. Allo stesso tempo, le spese per le pensioni, che nel 1950 rappresentavano solo l’1,9% del Pil in una popolazione giovane e con un sistema previdenziale poco sviluppato, ora costituiscono oltre il 15% del Pil, con una tendenza al rialzo nei prossimi anni.
Esplodono gli interessi sul debito
Come si relazionano gli investimenti in educazione con le spese per le pensioni? Questo confronto ci permette di valutare quanto un paese come l’Italia si focalizzi sugli interessi della popolazione adulta rispetto a quella più giovane. Non si tratta di astuzia, ma di carenza di visione a lungo termine. I lavoratori vicini all’età pensionabile votano e favoriscono politiche sociali orientate all’assistenza. I giovani di oggi saranno i lavoratori di domani e ignorare le loro esigenze può portare a conseguenze drammatiche che stiamo vivendo da tempo. La scarsa formazione porta a un’occupazione bassa e di scarsa qualità. La produttività ne soffre, la crescita si arresta e emergono difficoltà nel sostenere il welfare, incluse le pensioni.
Per comprendere meglio l’impatto sul bilancio pubblico di una spesa fuori controllo, è sufficiente esaminare i dati sugli interessi sul debito. Erano appena sopra l’1% del Pil nel 1950, ma hanno raggiunto una cifra a doppia cifra a metà degli anni ’90. L’anno scorso, questi costi erano pari al 4,1% del Pil, appena sopra la spesa per l’istruzione. Di fatto, all’Italia costa di più pagare gli eccessi delle generazioni passate e attuali piuttosto che investire nel proprio futuro. Un caso unico in Europa, che testimonia il declino degli ultimi decenni.
Cortocircuito generazionale
È vero, anche in altre economie avanzate si è verificato un trend simile: spese per l’educazione più o meno stabili e spese per le pensioni in aumento. Tuttavia, i numeri evidenziano una specificità negativa dell’Italia. L’anno scorso, nell’UE la previdenza pubblica ha assorbito il 10,4% del Pil contro il 4,7% dell’istruzione. Il rapporto tra queste due voci era di 2,2, mentre in Italia era di 3,8. Questo significa che l’UE in media spende poco più del doppio per gli anziani rispetto ai giovani, mentre in Italia la spesa è quasi quadrupla.
Il divario di spesa rispetto al Pil è allarmante: 11,2% contro una media UE del 5,7%; il doppio. La buona volontà non è sufficiente. Rispetto alla media europea, spendiamo il doppio in interessi sul debito. Questo limita la nostra capacità fiscale. E si stima che almeno due terzi del debito accumulato dal 1980 al 2020 siano stati generati dai deficit previdenziali. Questo è il colpo di grazia: l’investimento in educazione in Italia rimane basso a causa dello spostamento delle risorse verso le pensioni, alimentando un debito molto elevato che i giovani di domani saranno chiamati a ripagare. Peccato che non siano messi nelle condizioni ottimali per farlo, dato che lo stato può investire poco a loro favore.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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