Il tema del rafforzamento militare ha creato una nuova linea di frattura nella politica italiana, dividendo la maggioranza dall’opposizione, e più specificatamente, generando malcontento all’interno della Lega e scontento tra alcune componenti dell’opposizione. L’aumento delle spese militari, deciso durante l’ultimo summit NATO, ha accentuato le divisioni tra il centro-destra e il cosiddetto “campo largo”. All’interno di quest’ultimo, le contraddizioni sono diventate evidenti. Movimento 5 Stelle e Alleanza Sinistra Verdi si posizionano fermamente contro, mentre il Partito Democratico è diviso tra la posizione critica della segretaria Elly Schlein e l’ala più riformista che supporta Bruxelles. D’altra parte, i centristi di Italia Viva e Azione sostengono l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica.
Spese militari a scapito di educazione e sanità?
I detrattori affermano che l’incremento delle spese militari comporterà tagli ai servizi fondamentali come educazione e sanità. Secondo loro, l’ammontare concordato a L’Aia, nei Paesi Bassi, potrebbe compromettere la stabilità del sistema sociale. Gli stati membri, Italia inclusa, si sono impegnati ad aumentare gli stanziamenti per la difesa dal 2% al 5% del PIL. Il nostro Paese aveva chiuso il bilancio del 2024 all’1,5%. Tuttavia, il governo Meloni ha recentemente annunciato di aver già raggiunto il 2% tramite la riallocazione di alcune partite di bilancio, rendendo effettivo un incremento dello 0,5% senza aumentare la spesa reale.
Questi trucchi contabili non saranno sufficienti per raggiungere il 5%. È probabile che altre voci di bilancio saranno riallocate alla difesa, incluse le operazioni di pattugliamento delle frontiere, le misure antiterrorismo e la cybersicurezza. Inoltre, il 5% è dettagliatamente suddiviso in 3,5% strettamente legato alla difesa e 1,5% per spese infrastrutturali necessarie a garantire la capacità di difesa da attacchi esterni.
Si sta persino considerando di includere progetti come il Ponte sullo Stretto tra le spese finanziate senza essere soggette ai limiti imposti dal Patto di Stabilità.
Analisi della spesa pubblica italiana
È importante avere una visione chiara di questa questione. Non si deve pensare che l’Italia dovrà dedicare un ulteriore 3% del PIL esclusivamente a mezzi militari. Gli investimenti previsti copriranno vari settori e parte di essi assorbirà spese già previste nel bilancio. Esiste il rischio di tagli a educazione e sanità? Partiamo dai dati. L’anno scorso, la spesa pubblica italiana era pari al 50,6% del PIL, ovvero circa 1.110 miliardi di euro. Escludendo la spesa per interessi, non direttamente controllabile dal governo, era del 46,7% o 1.024 miliardi.
Le spese per la scuola rappresentavano il 4,1% del PIL, quelle per la sanità il 6,3%. Insieme, questi due settori costituivano poco più del 10% del PIL e il 22,3% della spesa primaria. Di conseguenza, la spesa pubblica per altri settori rappresentava oltre il 36% del PIL e quasi il 78% del totale. È evidente che ci sono ampi margini per considerare tagli in altre aree prima di ipotizzare un aumento delle tasse.
Approccio graduale, mercati tranquilli per ora
Questo ci dimostra che l’aumento delle spese militari non necessita automaticamente di ridurre i fondi per settori socialmente sensibili. Sarà compito della politica decidere cosa e se tagliare. Se dovesse scegliere di ridurre i fondi per educazione e sanità, questa scelta non sarebbe obbligata, ma piuttosto deliberata. E va notato che in questi anni le spese per questi due settori sono rimaste stabili rispetto al PIL. Le lamentele su presunti tagli da parte di ogni governo non corrispondono alla realtà. Si potrebbe dire che le risorse sono insufficienti per rispondere all’aumento della domanda, specialmente in ambito sanitario, ma non che stiano diminuendo in termini assoluti o reali (a parte qualche eccezione).
Dato che i numeri sono oggettivi e non hanno colore politico, è logico concludere che le spese militari non dovrebbero ridurre i servizi essenziali. E l’aumento non sarà di 3 punti percentuali del PIL, né immediato. L’Italia ha ottenuto un rinvio fino al 2027. La gradualità permetterà al governo di gestire i conti pubblici senza grossi impatti, motivo per cui lo spread è recentemente calato ai livelli più bassi dal 2010. I mercati non prevedono nuovi debiti, almeno non in misura allarmante.
Investimenti necessari per la crescita
A onor del vero, considerando la vasta gamma di opzioni disponibili, l’aumento delle spese militari potrebbe effettivamente supportare la crescita economica italiana. Questo, però, a condizione che si punti su spese con un alto moltiplicatore, ovvero su investimenti che tendono ad aumentare i consumi interni (e il PIL) più del loro costo. E si spera che l’Unione Europea limiti le importazioni dall’estero (principalmente dagli USA), altrimenti l’operazione rischierebbe di trasformarsi in un sussidio mascherato all’economia americana, forse in cambio di dazi più bassi sulle nostre esportazioni.
Se maggiori spese militari significassero potenziamento delle infrastrutture viarie, ricerca scientifica e informatica e investimenti ad alto contenuto tecnologico, il potenziale di crescita a lungo termine aumenterebbe, così come le entrate fiscali. Non stiamo dicendo che tutto si autofinanzierebbe, ma almeno l’impatto netto sui conti pubblici sarebbe meno grave di quanto temuto in questa fase. Inoltre, è vero che l’obbiettivo NATO del 5% non ha giustificazioni “scientifiche”. È necessario che la spesa militare complessiva cresca, ma che sia anche più efficiente ed efficace, eliminando sovrapposizioni dovute alla frammentazione degli stanziamenti in Europa.
Obiettivo del 5% per la spesa militare poco chiaro
Effettivamente, per quanto riguarda la spesa militare, si stanno perseguendo obiettivi simbolici come il Patto di stabilità con il deficit. Non vi è alcuna base calcolistica che giustifichi la necessità di raggiungere il 5% del PIL. Questa cifra deriva più che altro da trattative tra Europa e Stati Uniti, con questi ultimi che richiedono un maggiore impegno europeo per la propria sicurezza. Sembra che l’aumento significativo sia stato deciso principalmente per compiacere l’amministrazione Trump, intenta a ridurre il livello di indebitamento di Washington.
Infine, ricordiamo che l’obiettivo precedente del 2%, fissato nel 2014, è stato disatteso dalla maggior parte dei membri NATO fino ad oggi. Non ci sono garanzie che non succeda lo stesso con il nuovo obiettivo, soprattutto considerando il suo carattere a lungo termine. Non c’è motivo di allarmarsi per l’educazione e la sanità. Ci sono molte altre voci significative nel bilancio che possono finanziare il rafforzamento militare senza sacrificare queste spese fondamentali.
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Enzo Conti è profondamente radicato nella cultura italiana, grazie al suo lavoro di ristoratore e promotore del patrimonio locale. Il suo ristorante non è solo un luogo in cui gustare i sapori della Puglia, ma anche uno spazio dove cultura e storia si incontrano. Enzo organizza eventi per far conoscere le ricchezze della regione, affrontando anche questioni di società, politica locale e preservazione dell’ambiente attraverso il cibo.



