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Soldi in Eccesso nelle Banche Italiane: Quale sarà il loro destino?

Eccesso di capitale nelle banche italiane: dove finiranno i soldi?
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Pubblicato da Enzo Conti
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Le banche italiane hanno un surplus di capitale di 14 miliardi di euro (dati al 30 settembre 2025). Cosa implica per il mercato?

Si discute sempre più frequentemente delle banche italiane, specialmente per quanto riguarda il risiko che coinvolge le maggiori istituzioni finanziarie e che, agli inizi del 2026, sembra aver ripreso vigore, sebbene si basi ancora su voci di corridoio. Spesso trascuriamo di esplorare l’origine di questo interesse per acquisizioni sia nel mercato interno che estero: l’eccesso di capitale. Probabilmente avete sentito o letto questa espressione e vi siete interrogati sul suo significato. Si riferisce al capitale disponibile per le banche che supera sia gli obiettivi imposti dalla Vigilanza europea, sia quelli autonomamente stabiliti.

Il surplus di capitale delle banche italiane

Il punto di riferimento è il CET1 ratio, cioè il capitale di primo livello ponderato per i rischi.

L’ente di vigilanza europeo controlla che questo valore sia adeguato per affrontare situazioni di crisi finanziaria. Generalmente, le banche più grandi in Italia fissano internamente obiettivi più elevati, solitamente attorno al 12-13%. Al 30 settembre scorso, il surplus di capitale rispetto a questi target era di 14 miliardi di euro, in diminuzione rispetto al massimo di 15,4 miliardi registrato il 30 giugno 2024.

Questo indica che le banche italiane possiedono più capitale del necessario per gestire le avversità. Non sembrano esserci all’orizzonte grandi minacce, considerando che i crediti deteriorati alla fine del 2025 si attestavano a soli 29,7 miliardi, il minimo storico, pari all’1,4% del totale dei crediti concessi. I 14 miliardi di capitale in eccesso sono distribuiti come segue:

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  • Unicredit 5,25 miliardi
  • MPS 3,3 miliardi
  • Intesa Sanpaolo 2,6 miliardi
  • BPER 1,8 miliardi
  • Banco BPM 1 miliardo

Unicredit: ancora ampio margine di manovra

Quindi, Andrea Orcel dispone ancora di notevoli risorse dopo aver acquisito circa il 26% di Commerzbank, il 6,68% di Generali e il 29,8% di Alpha Bank.

Questo spiega il suo dinamismo sia nel mercato interno che esterno, tanto che il tentativo di scalata a Banco BPM non è riuscito l’anno scorso solo a causa delle resistenze del governo tramite il decreto sul “golden power“. Alla data del 30 settembre 2025, Unicredit mostrava un CET1 al 14,76% contro il target del 10,24% per il 2026 fissato dalla Vigilanza europea.

Possibili destinazioni del capitale

La solidità del patrimonio sta supportando i prezzi azionari in borsa, poiché è indicativo di una forte solidità finanziaria. Tuttavia, quando il capitale in eccesso è troppo elevato o persistente, può deprimere il valore delle azioni. Infatti, la redditività complessiva si riduce in quanto le banche mantengono immobilizzate troppe risorse senza impiegarle. Da qui la ricerca di opportunità per investire tali risorse. Le opzioni includono: aumenti dei dividendi agli azionisti, riacquisto di azioni, acquisizioni e prestiti.

Scarsi prestiti al settore privato

Orcel afferma spesso di mirare a una maggiore remunerazione degli azionisti, nel caso non riesca ad acquisire asset con una redditività superiore a quella di Unicredit, per aumentare la redditività complessiva. L’altro lato della medaglia di questo eccesso di capitale è che le banche italiane erogano pochi prestiti a imprese e famiglie. Se ne concedessero di più, logicamente il capitale disponibile si ridurrebbe. D’altra parte, le scarse erogazioni sono un segnale di timore e sfiducia verso le condizioni economiche italiane e del settore privato in particolare.

Dopo i problemi del decennio scorso, quando i crediti deteriorati raggiunsero i 360 miliardi, rappresentando il 20% del totale, la cautela è comprensibile.

I dati mostrano che i depositi dei clienti a fine dicembre ammontavano a oltre 1.869 miliardi, mentre i prestiti a famiglie e imprese erano solo 1.312 miliardi. Altri 396 miliardi e più (al 30 novembre) erano investiti in titoli di stato. Gli italiani portano i loro soldi in banca e questi finiscono per finanziare solo in parte il settore privato. La buona notizia è che sembra esserci un’inversione di tendenza da alcuni mesi a questa parte. Su base annua, i prestiti sono aumentati del 2,3% (sopra l’inflazione), ovvero di circa 37 miliardi. Apparentemente, la soglia dei 1.300 miliardi funge da punto di svolta: sopra di essa, le banche sembrerebbero tornare a sostenere l’economia.

L’Italia non è più preda (facile)

Il capitale in eccesso delle banche italiane è anche un segnale positivo per lo stato, che può contare su una maggiore domanda istituzionale per i titoli del debito. Un’altra buona notizia è più strutturale: l’Italia sembra aver smesso di essere bersaglio degli appetiti stranieri ed è diventata predatrice. Anche se la finanza estera continua a essere attratta dai risparmi italiani (vedi Crédit Agricole in Banco BPM e il tentativo di Natixis in Generali), deve ora confrontarsi con la potenza di fuoco delle banche e delle compagnie assicurative italiane.

Il capitale delle banche italiane sostenuto da utili record

Da cosa nasce questo surplus di capitale? Le banche italiane, come le loro controparti europee, hanno sfruttato l’aumento dei tassi d’interesse per incrementare i margini d’interesse. Hanno così registrato utili record dal 2023 e nel frattempo hanno diversificato il loro business, puntando più sui servizi. Si pensava che i profitti sarebbero diminuiti con la riduzione dei tassi nell’Eurozona, mentre sono aumentati l’anno scorso. Questo dimostra che la solidità non è legata solo a fattori contingenti, ma è strutturale. È il modello di business che è cambiato, rendendo meno indispensabili le erogazioni per bilanciare i conti.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

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