Mentre si svolge la conferenza sulla pace in Ucraina a Monaco di Baviera, con la partecipazione per la prima volta del presidente americano Donald Trump e del suo vice James David Vance, l’Europa si rende conto che non può rimanere inerte. Colpita dall’inizio dei negoziati di pace tra gli Stati Uniti e la Russia, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, anticipa una necessità di aumentare le spese militari. Questa esigenza è avvertita più che mai dagli stati membri, che a seguito del conflitto tra Mosca e Kiev hanno realizzato la loro incapacità di gestire un conflitto armato sul proprio suolo, nell’eventualità che ciò fosse necessario.
Esclusione delle spese militari dal deficit
Le spese per la difesa dei membri della NATO dovrebbero essere non inferiori al 2% del PIL, secondo l’obiettivo stabilito nel 2014. Tuttavia, la maggior parte degli stati europei è ben al di sotto di questa soglia. L’Italia, anche con gli incrementi recenti nei bilanci, dovrebbe chiudere il 2024 al 1,50%. Ci mancano quindi almeno mezzo punto percentuale di PIL, che si traduce in circa 11 miliardi di euro. Il problema è che, come per la maggior parte degli stati dell’Unione Europea, non abbiamo margini per aumentare questa voce di bilancio.
Di conseguenza, von der Leyen suggerisce finalmente una soluzione da tempo discussa nei circoli comunitari: escludere gli aumenti delle spese militari dal deficit che rientra nei limiti del nuovo Patto di stabilità, utilizzando una clausola di salvaguardia. Questa sarà la sua proposta, annunciata dalla città bavarese. Sarà un aumento “controllato” e “condizionato”, ha spiegato.
Obiettivo al 3%?
Il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha spiegato che l’obiettivo del 2% sembra ormai “superato”, notando che molti stati europei stanno già considerando di raggiungere il 3%. Si tratta principalmente dei paesi baltici, i più preoccupati da una possibile invasione russa. L’amministrazione Trump, forse cercando di spingere ancora più in alto, attraverso il suo segretario alla Difesa, Pete Hegseth, ha chiesto agli alleati di mirare al 5% del PIL. È quasi certo che gli investimenti per il riarmo aumenteranno nei prossimi anni. Questo spiega in gran parte il +360% registrato in borsa da una società del settore della sicurezza come Leonardo dall’inizio della guerra tra Russia e Ucraina. In questo stesso triennio, Piazza Affari ha guadagnato in media poco più del 50%.
L’impatto sul debito pubblico persiste
Escludendo le spese per la difesa, gli stati membri potrebbero superare il tetto al deficit del 3% stabilito dal Patto. L’Italia, ad esempio, quest’anno dovrebbe ancora registrare un deficit superiore a tale soglia e, insieme a paesi come la Francia, è sotto procedura d’infrazione. Tuttavia, almeno per quanto riguarda l’aumento di questa voce di bilancio, non dovremmo più preoccuparci, a patto che Bruxelles adotti la proposta della presidente e così anche i capi di stato e di governo. Non ci sarebbero alternative, se non emissioni di debito comune simili a quelle per il Next Generation EU.
Questa sarebbe una soluzione peggiore agli occhi dei tedeschi, decisamente contrari a condividere i rischi sovrani con i partner europei.
Il fatto che Bruxelles non consideri le maggiori spese per la difesa ai fini del Patto non significa che queste non esistano. Il debito pubblico aumenterebbe comunque e i mercati ne sarebbero informati, sebbene parzialmente rassicurati dalla clausola di salvaguardia. In ogni caso, sarebbero necessarie maggiori emissioni di titoli di stato per finanziare questi investimenti, che a loro volta aumenterebbero la pressione sui rendimenti. In sostanza, non dobbiamo illuderci di poter accumulare debiti senza preoccupazioni, solo perché la Commissione potrebbe chiudere un occhio.
Numeri per il bilancio italiano
Se l’obiettivo per le spese militari fosse elevato al 3%, i numeri sarebbero molto più elevati. Solo l’Italia, con i dati attuali sul PIL, dovrebbe incrementare le spese di oltre 30 miliardi all’anno. Probabilmente, tale aumento avrebbe una durata temporanea, il tempo necessario per raggiungere gli obiettivi di riarmo in termini di equipaggiamento, ammodernamento degli eserciti e potenziamento tecnologico. In ogni caso, se anche parlassimo di soli 5 anni, sarebbero tra 150 e 200 miliardi in più di debito pubblico che l’Italia dovrebbe gestire. Con tutte le conseguenze in termini di maggiori spese per interessi, che richiederebbero un avanzo primario più alto per neutralizzare gli aumenti del deficit.
In conclusione, la soluzione contabile proposta da von der Leyen probabilmente permetterà ai governi di iniziare subito il riarmo dopo anni di discussioni prive di azioni concrete. Ciò nonostante, ci esporremmo a maggiori debiti, in un momento in cui stati come Italia e Francia sono già sotto osservazione sui mercati finanziari. D’altra parte, è una questione di sopravvivenza. Le spese per la difesa non sono un lusso a discapito di servizi come scuola e sanità, come spesso si legge in ricostruzioni ideologiche che ignorano la realtà. Se fossimo occupati da una potenza nemica, ospedali e scuole potrebbero addirittura cessare di esistere. Basta vedere cosa sta accadendo in Ucraina in questi anni.
Le spese per la difesa sono un costo necessario
E il potenziamento degli investimenti pubblici può contribuire a rilanciare la crescita economica più di quanto si possa immaginare.
Non si tratta solo di costruire qualche carro armato in più o di acquistare nuove divise per i militari, ma di adeguarsi o avvicinarsi agli standard tecnologici di potenze come gli Stati Uniti. Siamo rimasti indietro in questo campo. È vero che una guerra sfortunata non la combatteremmo contro i nostri alleati americani, ma nel resto del mondo le spese per la difesa rappresentano quasi ovunque una percentuale significativa del PIL. E la Cina, che certamente non è nostra alleata, sta investendo nel riarmo da molti anni per non precludersi nessuno scenario. La corsa al riarmo serve a tenere a bada i malintenzionati, un modo per allontanare, piuttosto che avvicinare, lo spettro di una guerra sul nostro suolo.
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Enzo Conti è profondamente radicato nella cultura italiana, grazie al suo lavoro di ristoratore e promotore del patrimonio locale. Il suo ristorante non è solo un luogo in cui gustare i sapori della Puglia, ma anche uno spazio dove cultura e storia si incontrano. Enzo organizza eventi per far conoscere le ricchezze della regione, affrontando anche questioni di società, politica locale e preservazione dell’ambiente attraverso il cibo.



