La Naspi rappresenta l’indennità di disoccupazione fornita dall’INPS ai lavoratori subordinati che hanno perso il lavoro in maniera non volontaria.
Questa prestazione non è disponibile per i lavoratori agricoli a tempo determinato, i quali possono accedere alla Disoccupazione Agricola (DS Agricola), né per i collaboratori a progetto, che possono fare richiesta della Dis.Coll, un altro tipo di supporto per i disoccupati.
Anche i dipendenti pubblici a contratto indeterminato sono esclusi, in quanto per loro non è prevista una forma di protezione sociale in caso di perdita dell’impiego.
Per accedere alla Naspi è essenziale che la cessazione del rapporto di lavoro sia avvenuta involontariamente.
Di norma, sono esclusi coloro che si dimettono di propria volontà. Tuttavia, ci sono eccezioni specifiche previste dalla legge, come le dimissioni per giusta causa.
Il diritto alla Naspi è stato esteso anche ai lavoratori domestici. Una recente sentenza ha ulteriormente ampliato le protezioni per le lavoratrici di questo settore, colmando una lacuna interpretativa e concedendo l’indennità anche in caso di particolari dimissioni volontarie.
Badanti: quando le dimissioni garantiscono comunque la Naspi
Questa novità riguarda le badanti, ma il principio è estendibile anche ad altre figure del settore domestico, come le colf, le baby sitter e le governanti.
La recente decisione giudiziaria stabilisce che la Naspi è dovuta anche in caso di dimissioni volontarie durante il periodo di maternità.
In sostanza, una lavoratrice che diventi madre e scelga di interrompere il rapporto di lavoro durante il periodo tutelato dalla normativa sulla maternità, ha diritto all’indennità di disoccupazione.
Questa è una regola già consolidata in altri settori lavorativi, dove le dimissioni presentate durante il cosiddetto periodo protetto sono considerate, ai fini della Naspi, come una perdita involontaria del lavoro.
Tuttavia, nel settore domestico, questa protezione era stata interpretata in modo più restrittivo fino a ora.
La sentenza del Tribunale di Pavia
La sentenza n. 89 del 2026 del Tribunale di Pavia ha fornito chiarimenti, riconoscendo alle lavoratrici domestiche le tutele previste dal Testo Unico sulla maternità e paternità, in particolare dagli articoli 54 e 55.
Il caso in questione riguardava una lavoratrice che, dopo la maternità, aveva deciso di dimettersi volontariamente e aveva richiesto la Naspi.
L’INPS aveva negato la richiesta, sostenendo che le norme previste dal Testo Unico sulla maternità non fossero applicabili ai rapporti di lavoro domestico.
La lavoratrice ha quindi deciso di fare appello al giudice per vedersi riconosciuto il proprio diritto.
L’approccio dell’INPS e la decisione dei giudici: Naspi sì per la badante dimissionaria
Secondo l’interpretazione dell’INPS, le dimissioni volontarie presentate dopo la nascita di un figlio non erano considerate sufficienti per giustificare l’assegnazione della Naspi nel settore domestico.
Il Tribunale di Pavia ha però adottato un’interpretazione diversa.
I giudici hanno ritenuto che l’approccio dell’INPS fosse troppo restrittivo e causasse una ingiustificata disparità di trattamento rispetto alle lavoratrici di altri settori.
In altri settori, infatti, le dimissioni presentate durante il periodo protetto seguente alla maternità, se validate secondo le procedure dell’Ispettorato del Lavoro, consentono regolarmente l’accesso alla Naspi.
La sentenza ha quindi stabilito il principio che anche le lavoratrici domestiche devono godere delle stesse tutele, riconoscendo così il diritto all’indennità di disoccupazione anche in caso di dimissioni volontarie correlate alla maternità.
Questa decisione rafforza le garanzie per una categoria spesso soggetta a minori protezioni e potrebbe costituire un precedente importante per situazioni simili in futuro.
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