Il Prodotto Interno Lordo (PIL) della Germania ha registrato una crescita inaspettata nell’ultimo trimestre del 2025, con un aumento del +0,3% rispetto al periodo precedente, che non aveva mostrato variazioni. Questo segna una ripresa per l’economia tedesca dopo due anni di recessione, con un modesto incremento dello 0,2%. Le proiezioni per l’anno corrente sono più ottimistiche, tuttavia il clima economico rimane fragile e non soddisfa le aspettative del mercato. L’indice ZEW ha rivelato oggi un calo, passando a 58,3 punti rispetto ai 59,6 di gennaio, contro una previsione di 65,8 punti. Questo indicatore misura le aspettative per i prossimi sei mesi di 350 investitori finanziari. Un valore sopra lo zero indica un predominio di risposte ottimistiche rispetto a quelle pessimistiche, e viceversa se inferiore a zero.
Debolezza economica in Germania
L’ultima volta che l’indice ZEW è sceso è stato in aprile dell’anno scorso, curiosamente lo stesso mese in cui furono annunciati i dazi americani. In quel momento, l’indice ZEW era calato a -14 punti. Un altro indicatore spesso menzionato è l’IFO, che consiste in un sondaggio realizzato tra 7.000 imprese tedesche riguardo le loro aspettative future. Nei mesi di gennaio e febbraio, l’IFO si è posizionato a 87,6 punti, anch’esso al di sotto delle aspettative. L’ambiente economico nella principale economia europea non trasmette pessimismo, ma un ottimismo inferiore alle previsioni.
È possibile affermare che l’economia tedesca abbia definitivamente superato la fase recessiva, nonostante i dazi e la crisi del settore automobilistico. Il problema è che l’economia non mostra segni di una direzione chiara, influenzata forse da un atteggiamento di attesa tra gli imprenditori. L’insediamento del governo di Friedrich Merz quasi un anno fa aveva generato grandi aspettative, dopo oltre tre anni di un governo litigioso sotto la guida poco incisiva del cancelliere Olaf Scholz.
Le riforme annunciate sono ancora solo sulla carta e le tensioni tra i due principali partiti della coalizione non sono molto diverse da quelle degli anni precedenti.
Implicazioni per la BCE sui tassi di interesse
Qual è il messaggio che la Germania, il maggiore azionista della Banca Centrale Europea, sta inviando? Non si tratta di una crisi nel senso di una contrazione economica, ma nemmeno di una crescita evidente. I minimi incrementi del PIL non rappresentano una vera svolta per Berlino. L’economia non va più indietro, ma avanza troppo lentamente per ritrovare una traiettoria di crescita solida. Inoltre, in Germania l’inflazione continua a essere un problema. Aumentata al 2,1% a gennaio, escludendo alimenti freschi ed energia, ha raggiunto il 2,5%. Questo è preoccupante perché indica che la principale economia europea potrebbe trovarsi in una situazione di stagflazione.
I tedeschi sono particolarmente sensibili all’inflazione. In altre parole: non supporteranno una politica monetaria più espansiva solo per incentivare una modesta crescita. Preferiranno valutare l’andamento dei loro prezzi al consumo prima di considerare un possibile taglio dei tassi di interesse. Questo scenario non sembra probabile, a meno che la situazione internazionale non lo renda necessario. Il cancelliere Friedrich Merz ha recentemente cercato di stimolare una reazione, anche cercando un accordo con l’Italia di Giorgia Meloni sulla necessità di ridurre la burocrazia nell’UE e abbattere le barriere che ancora ostacolano la creazione di un vero mercato unico.
È consapevole che la sola Germania non può fare molto per accelerare il cambiamento.
Riforme dell’UE per rispondere alla stagnazione
Il riarmo tedesco è diventato quasi un mantra a Berlino per uscire dalla stagnazione e dall’irrilevanza geopolitica. Saranno fatti anche cospicui investimenti in infrastrutture per stimolare la crescita a medio-lungo termine. In sostanza, la Germania mira a rilanciare la domanda interna utilizzando i margini fiscali di cui dispone dopo decenni di austerità. Tuttavia, i risultati positivi potrebbero essere amplificati se l’UE riducesse i “dazi” interni, rendendo effettivamente possibili i movimenti di capitale. Queste sono misure a costo zero, che finora nessun governo ha autorizzato per mantenere gelosamente i propri interessi nazionali.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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