La Banca di Francia ha annunciato di aver portato a termine una “operazione straordinaria” tra luglio dell’anno precedente e gennaio di quest’anno, procedendo alla vendita di 129 tonnellate di oro, equivalenti al 5% delle 2.437 tonnellate detenute globalmente. Questa vendita ha permesso di generare una plusvalenza di 12,8 miliardi di dollari, destinando 11 miliardi al bilancio del 2025 e i rimanenti 1,8 miliardi a quello del 2026. Tale operazione ha permesso all’ente di chiudere in positivo l’anno finanziario precedente con un attivo di 8,1 miliardi, compensando così la perdita di 7,7 miliardi registrata nel 2024.
Dismissione dell’oro da parte della Banca di Francia
Parallelamente, la Banca di Francia ha effettuato il riacquisto di una quantità equivalente di oro, che ora viene conservato fisicamente nel territorio nazionale.
Pertanto, l’obiettivo dell’operazione non è stato tanto quello di incrementare le disponibilità liquide, quanto quello di rimpatriare l’oro precedentemente custodito negli Stati Uniti, seguendo un’iniziativa simile a quella adottata dalla Germania nel decennio scorso.
Nonostante ciò, è da notare come la Francia abbia infranto un precedente non scritto tra le principali economie avanzate, ossia quello di non vendere oro, seppur per motivi puramente tecnici. Questa liquidità potrebbe rivelarsi fondamentale in un periodo in cui i governi necessitano di supportare economicamente famiglie e aziende a fronteggiare l’aumento dei costi energetici e del carburante. E per l’Italia? La nostra Banca Centrale aggiorna annualmente il valore delle sue riserve d’oro, adeguandolo alle fluttuazioni di mercato.
Le riserve auree italiane sono per lo più custodite all’estero
La Banca d’Italia possiede 2.452 tonnellate di oro, posizionandosi al terzo posto mondiale dopo Stati Uniti e Germania.
Alla fine del 2025, il loro valore era stimato in circa 290 miliardi di euro. Al termine di questa settimana, nonostante un calo del prezzo dell’oro dai massimi di fine febbraio, il loro valore superava i 308 miliardi. Se le condizioni di mercato rimanessero stabili fino al prossimo 31 dicembre, Palazzo Koch potrebbe realizzare un ulteriore guadagno significativo.
Se l’Italia decidesse di vendere una parte delle sue riserve come ha fatto la Francia nei mesi scorsi, potrebbe ottenere circa 133,5 miliardi agli attuali prezzi di mercato. Tuttavia, successivamente sarebbe necessario riacquistare le stesse quantità di oro per non diminuire le riserve, e se questa operazione avvenisse a prezzi superiori rispetto a quelli di vendita, comporterebbe un costo aggiuntivo per la nostra banca centrale. Al contrario, potrebbe anche generare un profitto.
Il rimpatrio dell’oro è essenziale in tempi di tensioni internazionali
Dato che le vendite e i riacquisti avverrebbero quasi contemporaneamente, il vero confronto dovrebbe essere fatto con i prezzi già registrati nel bilancio alla fine del 2025. In questa situazione, Bankitalia potrebbe riportare un profitto, parte del quale sarebbe trasferito allo stato italiano, fornendo così liquidità per sostenere l’economia e garantendo il rimpatrio di un asset ancora per la maggior parte detenuto all’estero.
Questo argomento ha acquisito una dimensione geopolitica improvvisa. L’Europa ha iniziato a diffidare dell’alleato americano, sollecitando il rientro delle riserve auree accumulate nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale.
In passato, si è sospettato che la FED avesse utilizzato le tonnellate di oro custodite per finanziarsi. Sebbene questa ipotesi non sia mai stata confermata, la questione rimane di rilevante importanza. In un’era di tensioni commerciali e conflitti geopolitici, è cruciale che le riserve d’oro siano fisicamente in possesso delle banche centrali titolari. La Francia ha recentemente infranto un tabù, forse senza nemmeno proporsi di farlo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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