Le cifre rilasciate ieri sull’inflazione negli Stati Uniti per il mese di maggio non hanno sorpreso, ma hanno ugualmente confermato le preoccupazioni esistenti. L’indice dei prezzi al consumo ha registrato un aumento annuo del 4,2%, il tasso più elevato da aprile 2023 e segna un’accelerazione rispetto al 3,8% del mese precedente. Questo valore è quasi il doppio del 2,4% di febbraio, ultimo mese prima dell’inizio del conflitto con l’Iran.
Il ruolo dell’energia nell’inflazione USA
Il conflitto nel Golfo Persico ha scatenato un’impennata dei prezzi. Guardando i dati sull’energia, si osserva un incremento dal +0,5% di febbraio al +12,5% di marzo, fino al +23,5% di maggio.
In soli tre mesi, i prezzi per i consumatori americani sono aumentati complessivamente del 2,55%. Se tale tendenza persistesse per l’intero anno, l’aumento potrebbe raggiungere una cifra a due cifre.
Imminente aumento dei tassi di interesse
L’inflazione di base negli USA è stata del 2,9%, escludendo le voci più volatili come l’energia e i generi alimentari freschi. Sebbene questo dato sia significativamente inferiore rispetto all’indice generale, è ancora sopra l’obiettivo del 2% stabilito dalla Federal Reserve. Questo incrementa la pressione sul nuovo governatore Kevin Warsh affinché proceda con un aumento dei tassi di interesse. Nonostante le preferenze della Casa Bianca, tale mossa sembra sempre meno evitabile. Sono passati 63 mesi da quando l’inflazione ha superato l’obiettivo prefissato, diventando una questione di credibilità per la Fed.
Il mercato finanziario come reagisce? Non si prevede un aumento dei tassi già dalla prossima settimana, probabilmente per motivi politici più che economici. Warsh, appena insediatosi, preferirebbe evitare conflitti immediati con il presidente Donald Trump, il quale vorrebbe addirittura una riduzione dei tassi. La probabilità di un inasprimento monetario si aggira intorno al 50% per ottobre, quando il costo del denaro potrebbe essere portato al 3,75-4%. Prima del conflitto, il mercato scommetteva su un possibile taglio dei tassi entro l’anno.
Instabilità a Wall Street
L’indice S&P500 ha registrato un calo del 4,5% dal picco del 2 giugno. Il settore tecnologico è stato il più colpito, con NVIDIA che ha registrato una flessione del -10%. Questo rappresenta una perdita di circa 540 miliardi di dollari di capitalizzazione in poco più di una settimana. Il calo riflette non solo i dati attuali sull’inflazione negli USA, ma anche il riacutizzarsi delle tensioni nel Golfo, che influenzano le aspettative del mercato. Il mercato del lavoro rimane forte, con +172.000 posti di lavoro creati a maggio e un tasso di disoccupazione stabile al 4,3%.
Il doppio mandato della FED le conferisce una certa flessibilità operativa, obbligandola a perseguire due obiettivi: stabilità dei prezzi e massima occupazione. La stabilità dei prezzi è seriamente minacciata dalla crisi geopolitica, mentre l’economia americana mostra segni di resilienza. Questo riduce i margini di manovra per Warsh, che non può usare la tutela dell’occupazione come scusa per posticipare l’inasprimento della politica monetaria.
L’inflazione negli USA impatta i rendimenti dei Treasury
Il dato sull’inflazione ha rafforzato il dollaro ai massimi da fine marzo. Con l’euro, il cambio è ora poco sopra 1,15, rendendo ancor più necessario un aumento dei tassi nell’Eurozona per mitigare il rischio di inflazione importata. Anche il mercato obbligazionario è eloquente: il rendimento del Treasury a 2 anni è al 4,13% rispetto al 3,40% pre-conflict. Gli investitori prevedono persino due aumenti dello 0,25% nel medio termine. La FED è “dietro la curva” e non può permettersi di rimanervi a lungo, specialmente se il divario continua ad allargarsi.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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