La quota di Banca Monte Paschi di Siena (MPS) ha registrato una flessione del 5,7% rispetto al picco di 9,35 euro toccato all’inizio di gennaio, ma si attesta oggi a 8,82 euro mostrando una certa robustezza. La capitalizzazione di mercato si avvicina ai 27 miliardi di euro. L’interesse speculativo ha subito una flessione nelle ultime sessioni, in seguito alla smentita di Unicredit riguardo a discussioni per un’entrata nel capitale. La dichiarazione è venuta direttamente dal CEO Andrea Orcel, dopo che i media avevano parlato per giorni di un possibile acquisto del 17,5% da parte di Delfin, holding della famiglia Del Vecchio, che ha negato qualsiasi intenzione di vendita.
MPS, un titolo ancora centrale sui mercati
MPS continua a essere al centro dell’attenzione finanziaria a causa delle tensioni tra il CEO, Luigi Lovaglio, e uno dei principali azionisti, Francesco Gaetano Caltagirone.
Lovaglio mira alla riconferma nell’assemblea dei soci di primavera, mentre Caltagirone spinge per un rinnovamento. Questo è un elemento sorprendente, considerando che il manager nominato dal Tesoro e i grandi azionisti privati avevano precedentemente trovato un accordo che ha portato persino a indagini giudiziarie per una presunta collusione nella scalata a Mediobanca. Formalmente, l’iscrizione nel registro degli indagati impedisce la ricandidatura, a meno che non si modifichi lo statuto.
Il conflitto tra Lovaglio e Caltagirone, le ragioni
È sorprendente che Lovaglio possa essere messo da parte dopo aver conseguito un risultato inimmaginabile fino a poco tempo fa, ovvero il controllo di Piazzetta Cuccia con l’86,35% del capitale. Questo successo non può che aver soddisfatto Caltagirone e Del Vecchio, che per anni avevano cercato senza successo di rimuovere Alberto Nagel e Philippe Donnet, quest’ultimo CEO di Generali, compagnia sotto il controllo di Mediobanca e nella quale i due detengono quasi il 17%.
La causa di questo inatteso conflitto? Lovaglio intende proseguire con il piano promesso agli azionisti, che prevede l’integrazione tra MPS e Mediobanca, tramite l’acquisizione del restante 13,65% del capitale di quest’ultima e la sua successiva uscita dalla quotazione. Questa operazione costerebbe altri 3,66 miliardi ai prezzi attuali di mercato, fondi che Caltagirone preferirebbe fossero conservati per consolidare la banca toscana e minimizzare il rischio di una scalata ostile. Le recenti speculazioni su Unicredit non lo hanno certo rassicurato.
Il nodo Generali
Inoltre, Lovaglio deve decidere cosa fare con il 13,20% in Generali. Utilizzare questa partecipazione per rinnovare il CDA a pochi mesi dal suo rinnovo, in alleanza con Delfin-Caltagirone, potrebbe rafforzare l’ipotesi della Procura di Milano di un accordo tra i tre durante l’OPA. Sarebbe più probabile che per qualche tempo Siena si limitasse a esercitare la sua influenza senza mosse eclatanti, come già dimostrato dalla rescissione dell’accordo sulla joint venture con Natixis, un interesse primario del Tesoro.
Il 4,8% detenuto dallo stato sarà ceduto prima o poi. A chi? Questo è un’altra preoccupazione per i grandi azionisti come Caltagirone. Il 40,4% detenuto complessivamente (incluse le quote di Banco BPM e Anima) per ora garantisce il controllo, ma in futuro? Specialmente se dovessero emergere nuovi investitori come Orcel e senza il Tesoro, nessun equilibrio sarebbe sicuro. Delfin rinnova la fiducia in Lovaglio, almeno per differenziarsi dall’altro socio e negare che abbiano agito in concerto. La riconferma resta l’ipotesi più probabile, ma forse con alcune condizioni.
Il mercato è in attesa di novità su MPS
Infine, in un scenario di finanza-fantasia, potremmo vedere uno sviluppo interessante: Mediobanca/MPS potrebbe vendere il 13,20% di Generali, incassando, ai prezzi attuali, oltre 7 miliardi. Queste risorse sarebbero più che sufficienti per finanziare il delisting e consolidare il patrimonio di Siena, proteggendo così i soci attuali. E Caltagirone/Delfin potrebbero accordarsi con i nuovi soci entranti nella compagnia per ottenere il controllo desiderato. Ma acquisire Trieste non è cosa da poco: occorrono risorse e un piano industriale solido. E se fosse Unicredit a farlo? Per Orcel, 7 miliardi sarebbero una cifra gestibile, anche se il manager non sembra incline a legarsi ad altri attori esterni. La conclusione è ancora tutta da scrivere.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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