Inizialmente molto apprezzata, l’opzione donna, una modalità di pensionamento anticipato per le lavoratrici, col tempo ha perso il suo fascino fino a diventare quasi superflua. Per il 2026, non è certo che questa opzione venga mantenuta. La decisione dipenderà dalla legge di bilancio, dall’intenzione originaria di terminare la misura e dagli emendamenti proposti per modificare tale decisione. Analizziamo quindi la situazione attuale e le tre possibili soluzioni per l’opzione donna.
Pensioni 2026: tre scenari per l’opzione donna
Introdotto con la legge numero 243 del 2004, l’opzione donna nel 2025 ha raggiunto i 20 anni di applicazione.
Questa misura, originariamente sperimentale, non è mai diventata una soluzione permanente nonostante le promesse politiche e le richieste delle lavoratrici. Creata per offrire maggiore flessibilità nei pensionamenti alle lavoratrici, spesso costrette a sacrificare la carriera e il lavoro per la gestione della casa e della famiglia, la misura non è stata mai resa definitiva e con il tempo è stata progressivamente limitata. Questo include la riduzione del numero di beneficiarie e l’aumento dell’età minima per pensionarsi.
La costante nel tempo è stata la formula contributiva di questa pensione, che obbliga le lavoratrici ad accettare un calcolo penalizzante della prestazione, passando da un sistema misto a uno puramente contributivo. Tuttavia, questa penalizzazione è diventata meno significativa negli anni.
Infatti, i veri penalizzati sono coloro che al 31 dicembre 1995 avevano già accumulato 18 o più anni di contributi. Una condizione che, per ragioni anagrafiche, è sempre meno comune.
Probabilmente, nel limitare il numero di potenziali beneficiarie di questa pensione anticipata, i legislatori hanno considerato questo aspetto, rendendo la misura meno penalizzante e quindi più attraente, il che ha portato a risparmi per le casse pubbliche. Ora, però, si prevede la cessazione della misura nel 2026, come indicato nella bozza della legge di bilancio del governo.
Situazione attuale dell’opzione donna e possibili sviluppi
Basandoci sul contenuto della legge di bilancio presentata a ottobre dal Consiglio dei Ministri, l’opzione donna nel 2026 potrebbe non essere più disponibile come pensione anticipata. Esaminando i dati degli ultimi anni, è chiaro che la misura che il governo intende eliminare non lascerà molti nostalgici, considerando come è stata modificata di recente. In realtà, è appropriato parlare di un crollo dell’opzione donna.
Secondo i dati dell’INPS, se nel 2022 l’opzione donna era stata utilizzata da oltre 26.000 lavoratrici, nel 2024 la stessa misura è stata utilizzata solo da meno di 5.000 lavoratrici.
I requisiti iniziali per la pensione di opzione donna erano fermi a
57 anni per le lavoratrici dipendenti e 58 anni per le lavoratrici autonome.
Oggi, i requisiti richiedono sempre 35 anni di contributi versati e l’età varia tra i 59 e i 61 anni. Ma quello che ha drasticamente ridotto le richieste è il taglio della platea.
Attualmente, possono usufruire della misura solo le caregivers, le invalide, le licenziate o le dipendenti di aziende coinvolte in crisi aziendali trattate a livello governativo. In alcuni casi, per qualificarsi all’uscita dai 59 anni, è rilevante anche il numero di figli (per invalide e caregivers, 59 anni solo con almeno due figli).
Una platea ora significativamente ridotta
Abbiamo visto un netto ridimensionamento del numero di beneficiarie, accentuato dal fatto che invalide e caregivers devono soddisfare specifici requisiti che si applicano anche per l’Ape sociale. Le invalide devono possedere una certificazione di invalidità civile con un grado non inferiore al 74% per poter usufruire dell’opzione donna. Le caregivers, invece, devono risiedere e convivere con un familiare disabile grave.
E devono farlo per almeno 6 mesi prima di poter presentare domanda per l’opzione donna. Alla luce di tutto ciò, è evidente che si tratta di una misura che ora interessa poche lavoratrici. Questo ha portato alla considerazione di una possibile chiusura della misura nella bozza di manovra del governo.
Tuttavia, ci sono emendamenti che propongono di mantenere la misura anche nel 2026.
Un emendamento di Fratelli d’Italia, ad esempio, propone non solo di mantenere la misura, ma anche di estenderla a tutte le disoccupate. Anche in questo caso, però, se si seguirà la stessa procedura dell’Ape sociale, solo le disoccupate che hanno già beneficiato totalmente della Naspi potranno accedere all’opzione donna.
Questo ulteriore requisito rende l’estensione della platea limitata. Infatti, per le pensioni di opzione donna, i requisiti devono essere completati entro la fine dell’anno precedente, e anche il requisito della Naspi dovrebbe essere completato entro il 31 dicembre 2025.
Questo aspetto richiederebbe ulteriori chiarimenti in caso di proroga dell’opzione donna.
Tra desiderio e realtà, è ancora possibile una strutturazione permanente dell’opzione donna?
La terza opzione, attualmente non prevista ma desiderata da molte lavoratrici, sarebbe il ritorno alle origini. Dopo vent’anni, la misura dovrebbe essere resa definitiva, rendendo possibile la pensione nel 2026 per tutte le lavoratrici dipendenti che hanno maturato, entro l’anno precedente, 35 anni di versamenti e 58 anni di età. Questa soluzione sarebbe valida sia per le dipendenti del settore privato che pubblico. Per le lavoratrici autonome, l’età minima sarebbe di 59 anni.
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Enzo Conti è profondamente radicato nella cultura italiana, grazie al suo lavoro di ristoratore e promotore del patrimonio locale. Il suo ristorante non è solo un luogo in cui gustare i sapori della Puglia, ma anche uno spazio dove cultura e storia si incontrano. Enzo organizza eventi per far conoscere le ricchezze della regione, affrontando anche questioni di società, politica locale e preservazione dell’ambiente attraverso il cibo.



