La settimana iniziale di contrattazioni in borsa per Poste Italiane, successiva al lancio dell’OPAS (Offerta Pubblica di Acquisto e Scambio) su TIM, si è conclusa con una diminuzione del valore delle azioni di Poste del 7,7%, attestandosi a 19,80 euro, mentre TIM ha registrato un incremento inferiore al 2%, con un prezzo per azione di 59 centesimi. Il premio iniziale dell’offerta, che era del 9,4%, è stato praticamente annullato riducendosi all’1,5%. L’offerta include uno scambio di azioni con un rapporto di 0,0218 nuove azioni di Poste per ogni azione di TIM, oltre a un pagamento in contanti di 16,70 centesimi per ogni azione di TIM offerta. L’operazione sarà considerata riuscita se si raggiungerà una soglia di adesione del 66,67% del capitale di TIM, un obiettivo fattibile considerando che Poste, guidata da Matteo Del Fante, inizia con una quota di controllo del 24,81%.
Un colosso da 40 miliardi in borsa dalla fusione Poste-TIM
Il nuovo gruppo delle telecomunicazioni che emergerà dalla fusione avrà un valore di mercato di circa 40 miliardi di euro, con Poste che detiene la maggior parte con una capitalizzazione di circa 26 miliardi. Si ipotizza che i termini dell’OPAS possano essere rivisti al rialzo per gli azionisti di TIM, nonostante le smentite del CEO di Poste. Se ciò avvenisse, molto probabilmente ciò comporterebbe un aumento della componente in contanti dell’offerta per minimizzare la diluizione del capitale degli attuali azionisti di Poste, tra cui il governo italiano. Il Tesoro detiene il 29,26% e la Cassa Depositi e Prestiti un altro 35%. Inoltre, Poste possiede quasi il 25% dell’ex monopolista delle telecomunicazioni. Dopo l’OPAS, se tutte le azioni restanti fossero presentate, lo Stato manterrebbe una partecipazione complessiva di circa il 50%.
Passiamo ora all’analisi finanziaria del nuovo colosso, chiamato “Postim”, che nascerà dalla fusione tra Poste e TIM.
Poste ha chiuso l’anno 2025 con un fatturato di 13,1 miliardi di euro, in aumento del 4% rispetto al 2024. L’utile netto è aumentato del 10,3% raggiungendo i 2,22 miliardi. L’Ebitda, o reddito operativo, ha raggiunto un record storico di 3,24 miliardi, con un incremento del 9,6%. L’indebitamento finanziario netto è diminuito a 2,73 miliardi da 3,13 miliardi dell’anno precedente, portando il rapporto debito netto/Ebitda a 0,84.
Un basso leverage rassicura il mercato e le agenzie di rating
Questo indicatore è essenziale poiché rivela la leva finanziaria del gruppo, costantemente monitorata dal mercato per valutare il livello di indebitamento e la sostenibilità finanziaria di una società quotata. Per fare un paragone, in termini governativi, questo rapporto sarebbe simile a quello tra debito pubblico e PIL, con le necessarie differenze.
Ora analizziamo TIM. Ha registrato ricavi per 13,73 miliardi (+2,7%) e un Ebitda after lease di 3,7 miliardi (+6,4%), con un indebitamento finanziario netto after lease di 6,85 miliardi. Qui, il rapporto debito/Ebitda è di 1,85, considerato relativamente basso, dato che generalmente l’allarme si scatena per valori pari o superiori a 3. Quali sarebbero gli effetti della fusione tra Poste e TIM? L’Ebitda combinato salirebbe a 6,95 miliardi e l’indebitamento netto a 9,58 miliardi, con un rapporto tra le due grandezze di 1,38.
Ciò significherebbe un leverage superiore a quello di Poste ma inferiore a quello di TIM.
Stabilità finanziaria post-fusione
È importante considerare i previsti 700 milioni di euro in sinergie tra le due società, suddivisi tra 500 milioni di riduzione dei costi e 200 milioni di incremento dei ricavi. In particolare, i circa 4.000 punti vendita di TIM commercializzerebbero i prodotti di Poste Italiane e le quasi 14.000 filiali di quest’ultima offrirebbero i servizi di TIM. Tenendo conto di questa stima, riportata nell’OPAS poco più di una settimana fa, la leva scenderebbe a 1,25, confermando così la solidità finanziaria del gruppo risultante dalla fusione tra Poste e TIM. Da notare che l’operazione comporterebbe un delisting, ovvero il ritiro delle azioni della compagnia dalla Borsa di Milano dopo quasi 30 anni di quotazione. Questo potrebbe essere l’aspetto più malinconico della vicenda, in quanto la Borsa di Milano perderebbe una delle sue “blue chip”, sebbene essa sarebbe incorporata in un’altra società quotata nel suo indice principale.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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