Il Decreto Legislativo sulla Concorrenza introduce importanti cambiamenti relativi ai buoni pasto a partire dal 1° settembre. Questa modifica normativa interesserà circa 3,5 milioni di lavoratori dipendenti che utilizzano quotidianamente questi voucher per i loro pasti fuori casa. Inoltre, decine di migliaia di punti vendita su tutto il territorio nazionale sono coinvolti in questa erogazione.
Limitazioni sulle commissioni dei buoni pasto
La nuova normativa impone un limite massimo del 5% sulle commissioni che le società emittenti possono richiedere ai punti vendita. Si prevede un impatto significativo, tanto che Anseb – l’associazione di categoria – ha previsto una riduzione dell’Ebitda per le aziende associate tra i 60 e i 120 milioni di euro per l’anno in corso. Attualmente, le commissioni possono raggiungere il 15-20%. Per facilitare la rinegoziazione dei contratti, è stato concesso un periodo di tempo fino al 31 agosto. Dopo tale data, tutti i buoni emessi nell’anno corrente, anche prima del 1° settembre, dovranno rispettare le nuove condizioni.
Resta da verificare se la riforma sarà applicata anche ai buoni emessi negli anni precedenti.
Il sistema funziona nel seguente modo: le aziende, inclusa la Pubblica Amministrazione, forniscono ai dipendenti buoni pasto per consentire loro di pranzare fuori durante la pausa lavoro. Questi buoni sono esentasse fino a 8 euro (erano 7 euro fino al 2020), quindi su tale importo non si applicano tasse né contributi previdenziali, in quanto non considerato reddito imponibile.
Il funzionamento del sistema dei buoni
Le aziende acquistano i buoni pasto da società terze che hanno stipulato accordi con una vasta rete di esercizi commerciali in Italia.
Questo permette loro di ottenere condizioni più favorevoli. Le società emittenti ricevono il pagamento direttamente dagli esercenti. Quando un lavoratore spende 8 euro in un bar convenzionato, il proprietario invia il buono alla società emittente per il rimborso. Tuttavia, non riceverà l’intero importo perché verrà applicata una commissione. Se la commissione è del 10%, il rimborso sarà di 7,20 euro (8 euro – 80 centesimi).
Commissioni più elevate significano minori guadagni per i commercianti, che negli anni hanno spesso denunciato anche ritardi nei rimborsi. Ora, con la riforma, le commissioni non potranno superare il 5% del valore del buono. Nell’esempio citato, la trattenuta massima sugli 8 euro sarà di 40 centesimi. Di conseguenza, il commerciante guadagnerà 40 centesimi in più, che saranno esattamente la perdita per la società emittente. Si stima un beneficio annuo per i commercianti di circa 400 milioni di euro.
Novità per i lavoratori a partire da settembre
Per i lavoratori, a prima vista, non cambia nulla. Il valore dei buoni rimane invariato. Tuttavia, la riforma impatta principalmente gli altri due attori del sistema: i commercianti e le società emittenti. Anche le aziende che richiedono i buoni non vedranno cambiamenti diretti.
In realtà, potrebbero esserci dei benefici anche per loro. Poiché i buoni diventano meno costosi, è probabile che un numero maggiore di esercizi aderisca al sistema. Di conseguenza, i lavoratori avranno più opzioni tra cui scegliere per i loro acquisti.
Potenziali benefici indiretti
Una maggiore concorrenza può tradursi in vantaggi in termini di qualità del servizio (miglior cibo e/o più scelta) e stabilizzazione dei prezzi. Questo rappresenta un ulteriore vantaggio per i beneficiari diretti. Negli ultimi cinque anni, i prezzi dei generi alimentari sono aumentati di quasi il 28%. Gli attuali 8 euro esentasse spesso non sono sufficienti per un pasto adeguato. Si discute da tempo di aumentare la soglia a 10 euro al giorno. E, considerando il problema persistente dei bassi salari, offrire maggior potere d’acquisto a milioni di italiani sarebbe una mossa giusta. Anseb supporta ora questa proposta, sperando di compensare almeno in parte le perdite con un possibile aumento del valore nominale dei buoni.
Ora aumentare la soglia di esenzione
Se lo stato permettesse alle aziende, con la riforma, di offrire buoni pasto esentasse fino a 10 euro, ciò indurrebbe le aziende a raggiungere tale soglia. I lavoratori ne beneficerebbero chiaramente, così come i commercianti e le società emittenti. Tutti ne uscirebbero più soddisfatti senza che lo stato subisca perdite. I 2 euro aggiuntivi al giorno non sostituirebbero aumenti formali degli stipendi, evitando così perdite di gettito fiscale (Irpef, addizionali e contributi INPS). Al contrario, si tradurrebbero in maggiori consumi, ossia in un aumento delle entrate IVA, oltre che in maggiori redditi per commercianti ed emittenti. È davvero necessario supplicare per una misura così sensata?
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Enzo Conti è profondamente radicato nella cultura italiana, grazie al suo lavoro di ristoratore e promotore del patrimonio locale. Il suo ristorante non è solo un luogo in cui gustare i sapori della Puglia, ma anche uno spazio dove cultura e storia si incontrano. Enzo organizza eventi per far conoscere le ricchezze della regione, affrontando anche questioni di società, politica locale e preservazione dell’ambiente attraverso il cibo.



