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Scopri Come il Costo dei BTP Impatta Silenziosamente il Debito Pubblico!

Il debito pubblico non fa rumore, ma il costo dei BTP sì
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Pubblicato da Enzo Conti
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L’aumento del debito pubblico in ottobre raggiunge nuovi picchi e, sebbene non sia al centro delle attenzioni, gli interessi da pagare limitano le capacità di manovra del governo.

I dati di ottobre sul debito pubblico offrono una visione limitata sul peso che questo rappresenta per i cittadini contribuenti, meglio rappresentato dalla spesa per gli interessi. Il totale è cresciuto di 50,7 miliardi, raggiungendo il nuovo record di 3.131,7 miliardi di euro. A influenzare l’aumento sono stati i +31,8 miliardi di liquidità disponibile del Tesoro (che ora ammonta a 77,2 miliardi), il fabbisogno mensile delle amministrazioni pubbliche di 18,8 miliardi e l’effetto combinato della rivalutazione dei titoli di stato indicizzati, delle variazioni del tasso di cambio e degli scarti di emissione, per altri 0,1 miliardi.

L’importanza della spesa per interessi sul debito pubblico

Eliminando dal calcolo le riserve di liquidità accumulate dal Tesoro, si evidenzia un incremento tendenziale di 115,51 miliardi, con un ritmo medio mensile di 9,63 miliardi.

A settembre, le detenzioni di titoli di stato da parte delle famiglie sono diminuite di 4,5 miliardi, mentre quelle degli investitori stranieri sono aumentate di soli 434 milioni. Ricordiamo che le vendite potrebbero riprendere grazie al BTp Valore 2032, che due mesi fa ha generato ordini per 16,57 miliardi.

Il debito pubblico di per sé ci dice poco sul suo impatto effettivo sul bilancio dello stato e, di conseguenza, sulle tasche di tutti noi. Questo impatto si manifesta attraverso la spesa per interessi, che a sua volta riflette l’andamento dei costi di emissione. Nei primi 11 mesi di quest’anno, questi costi sono scesi alla media del 2,79% dal 3,41% del 2024 e dal picco del 3,76% nel 2023. Tuttavia, per onorare il debito abbiamo speso 64 miliardi nel 2022, mentre quest’anno si prevede di superare i 100 miliardi. In termini percentuali sul Pil, siamo passati dal 3,2% al 3,9%.

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Lo spread ai minimi non è una soluzione definitiva

La buona notizia è che questo rapporto dovrebbe stabilizzarsi nel medio periodo.

Questo significa che non dovrebbero essere necessarie ulteriori risorse pubbliche. La notizia negativa, tuttavia, è che la situazione è peggiorata rispetto agli anni pre-inflazione. Anche se lo spread è ai minimi dal 2009, i costi di emissione rimangono significativamente più alti rispetto al passato. Prima della pandemia, infatti, questi costi non superavano l’1% e nel 2021 hanno toccato il minimo storico dello 0,1%.

Tale confronto suggerisce che ci saranno pressioni sui conti dello stato anche in futuro. Attualmente stiamo rinnovando molte scadenze emesse a tassi molto bassi, spesso anche negativi, e le stiamo rifinanziando a condizioni più onerose. Inoltre, paghiamo interessi su un debito pubblico che continua a crescere in valore assoluto, anche se si sta stabilizzando in rapporto al Pil. Se in futuro i rendimenti dovessero aumentare e/o si verificassero eventi negativi per la crescita del Pil nominale, i costi potrebbero esplodere, sottraendo risorse ad altre voci del bilancio come l’istruzione, la sanità, l’assistenza sociale, le pensioni, le infrastrutture, ecc.

Rischi legati alla volatilità dei prezzi

Non sorprende quindi che l’attenzione del mercato si stia spostando sui rischi associati agli investimenti in titoli di stato a lunga scadenza. I rendimenti più elevati offrono maggiori guadagni, ma espongono anche il possessore a una maggiore volatilità dei prezzi. Se questa consapevolezza si diffondesse più ampiamente, lo stato potrebbe dover concentrare la sua attenzione sulle scadenze più corte. In tal caso, il successo dei collocamenti al dettaglio diventerebbe ancora più cruciale per contenere i rendimenti.

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Quest’anno è previsto un avanzo primario di quasi l’1% del Pil. Nessun altro stato del G7 è riuscito a chiudere con un surplus fiscale al netto della spesa per interessi, neanche la Germania, notoriamente attenta ai conti pubblici. Grazie a questi risultati, le agenzie di rating stanno premiando l’Italia e i mercati richiedono rendimenti extra mai così bassi negli ultimi 16 anni. Tuttavia, non possiamo distrarci neanche per un momento a causa dell’enorme debito pubblico accumulato nei decenni, che a dicembre dovrebbe chiudersi in un intervallo tra 3.080 e 3.090 miliardi.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

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