Il 2026 potrebbe segnare un nuovo capitolo nella privatizzazione di Poste Italiane attraverso la dismissione di una quota posseduta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF). Attualmente, il Tesoro possiede direttamente il 29% delle azioni, mentre un ulteriore 35% è detenuto dalla Cassa depositi e prestiti (CDP), che è controllata dallo stesso Tesoro. Complessivamente, il 64,3% del capitale di Poste Italiane è in mani statali. Il governo di Giorgia Meloni ha programmato già dall’anno scorso di vendere una quota, pur mantenendo il controllo dell’azienda. Di conseguenza, la somma delle percentuali detenute dal Tesoro e dalla CDP non dovrà scendere al di sotto del 50% più una singola azione.
La decisione sulla privatizzazione di Poste nel 2024
Prima dell’emanazione del Dpcm previsto per settembre 2024, si era diffusa la voce di una possibile vendita totale delle azioni detenute dal Tesoro. Un incontro avvenuto a Palazzo Chigi tra la premier e Larry Fink, CEO di BlackRock, aveva suscitato notevole clamore. Alcuni media avevano interpretato questo incontro come un segnale dell’interesse di Fink verso Poste Italiane in vista di una futura privatizzazione. La società è quotata in borsa dal 2015 e, sotto il governo Meloni, il valore delle sue azioni è aumentato del 152%, portando la capitalizzazione di mercato a 27,11 miliardi di euro, con un incremento di quasi 16,4 miliardi.
Un aiuto significativo per le finanze pubbliche
L’intero pacchetto azionario del Tesoro è oggi valutato circa 7,86 miliardi di euro. Poiché la privatizzazione di Poste non può ridurre la quota statali sotto il 50%, la vendita riguarderà al massimo il 14% del capitale. Con l’attuale valore di mercato, lo Stato potrebbe incassare 3,8 miliardi di euro.
Questo rappresenterebbe un importante contributo per le finanze pubbliche e spingerebbe avanti il piano di privatizzazioni da 20 miliardi di euro in tre anni, annunciato da Roma a Bruxelles fin dal 2023.
Inizialmente si prevedeva che la seconda privatizzazione di Poste potesse avvenire quest’anno, ma il governo ha preferito attendere per massimizzare i guadagni. Con il boom delle azioni in borsa, è meglio aspettare che il loro prezzo raggiunga il picco per evitare una vendita al ribasso. Una decisione affrettata avrebbe potuto costare caro lo scorso anno, con lo Stato che avrebbe incassato solo il 60% di quanto potrebbe ottenere ora. La vendita ha anche una logica industriale: la guida dell’azienda da parte di Matteo Del Fante garantisce già una solida presenza statale; non è necessario mantenere una quota così elevata.
L’Italia si fa nuovamente attraente per gli investitori esteri
L’ingresso di nuovi capitali privati è fondamentale anche per aumentare l’attrattività del sistema Italia e di Piazza Affari. È un periodo propizio per l’Italia. Lo spread è ai minimi dal 2009 e le agenzie di rating promuovono i nostri titoli di stato. Le finanze pubbliche stanno migliorando e la crescita, sebbene modesta, resiste alle crisi internazionali. I capitali stranieri stanno fluendo abbondantemente nel nostro mercato. La cessione di asset e partecipazioni non strategiche può rafforzare questa tendenza positiva.
È molto probabile che la privatizzazione di Poste avverrà tramite una procedura conosciuta come “accelerated bookbuilding”.
Questo metodo permetterebbe allo Stato di non vendere le azioni sul mercato aperto, ma di organizzare una vendita rapida tramite intermediari per attrarre ordini significativi da investitori qualificati. Si tratta del processo già utilizzato per la privatizzazione di Monte Paschi. L’ultima operazione, che si è tenuta nel novembre del 2024, è stata oggetto di indagini per un possibile accordo tra la banca senese, Delfin e l’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone.
Impatto della privatizzazione sulle azioni di Poste
La privatizzazione di Poste, con la vendita di una quota significativa, può influenzare il prezzo delle azioni. Questo potrebbe pesare sulle quotazioni se la vendita avvenisse sul mercato. Col tempo, tuttavia, questo avrebbe un impatto positivo. Aumenterebbe il flottante, ovvero la percentuale di azioni negoziabili liberamente, migliorando così la liquidità del titolo, rendendo gli scambi più rapidi e i prezzi più efficienti. A meno che la vendita non sia riservata a uno o pochi investitori, che diventerebbero nuovi azionisti stabili senza aumentare il volume delle azioni scambiate quotidianamente.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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