Una possibile deroga al Patto di stabilità è stata presa in considerazione. Un cambiamento radicale nella posizione di Bruxelles è emerso rispetto alla richiesta italiana di escludere le spese militari necessarie per raggiungere l’obiettivo NATO del 5% del PIL dal calcolo del deficit. Fino a poco tempo fa, la Commissione Europea aveva mantenuto una posizione ferma, affermando che la sua posizione ufficiale non era cambiata “per il momento”. Tuttavia, da Roma è giunta una sorta di minaccia evidente. La maggioranza di centro-destra al Parlamento aveva proposto una mozione per chiedere al governo di non rispettare tale obiettivo.
D’improvviso, si è registrata una nuova apertura da parte del Vicepresidente della Commissione, il lettone Valdis Dombrovskis, noto per la sua rigidezza.
Spese NATO, Bruxelles considera la richiesta italiana
In occasione del G7 a Parigi, è stato annunciato che sta prendendo in considerazione la richiesta italiana. Contemporaneamente, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha comunicato che l’Italia sta valutando altre opzioni per fronteggiare la crisi scatenata dalla guerra nel Golfo Persico. Domani, la Commissione diffonderà le previsioni aggiornate su crescita e inflazione nell’UE, con probabili revisioni al ribasso per le prime e al rialzo per le seconde. Ciò potrebbe non essere sufficiente per attivare la clausola di salvaguardia energetica, ma il cammino è tracciato e l’atteggiamento di chiusura di Bruxelles sembra attenuato.
Nel giugno dell’anno scorso, i governi dei paesi NATO si sono impegnati ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL, con l’1,5% destinato anche al sostegno delle infrastrutture. L’Italia ha incrementato questa voce di bilancio dal 1,5% al 2% nel 2025, ma si è trattato di un mero stratagemma contabile.
Alcune spese precedentemente allocate altrove sono state trasferite alla voce difesa. Da quest’anno, tuttavia, gli incrementi dovranno essere effettivi.
Fondo SAFE e deficit
Questo apre un fronte delicato per Roma. Senza riduzioni di altre spese o aumenti di entrate, l’incremento della spesa militare porterebbe a un deficit. L’Italia ha già un disavanzo superiore al 3% del PIL, il massimo consentito dal Patto di stabilità e sperava di scendere sotto il 3% già nel 2025, ma ha fallito l’obiettivo per lo 0,1%. Questo impedisce l’accesso al SAFE, un fondo da 150 miliardi di euro creato dall’UE per finanziare investimenti militari. Di conseguenza, il governo Meloni ha richiesto ripetutamente a Bruxelles di escludere queste spese dal calcolo del deficit, come già accaduto per l’energia quando la Russia invase l’Ucraina.
La Commissione non può restare troppo rigida, dato che in ballo ci sono la sostenibilità delle spese NATO per molti stati membri. Se i governi non potessero rispettare l’impegno preso con gli USA, l’amministrazione Trump potrebbe reagire in modo ostile, minacciando anche di ridurre le truppe sul territorio europeo e possibili ritorsioni commerciali, dannose per un’economia esportatrice come quella europea.
Né l’UE desidera dare l’impressione di non essere in grado di investire nella difesa con le truppe russe alle porte. Da qui la recente apertura.
Obiettivo insostenibile
La situazione è ancora più complessa. Pensare che l’UE sarà in grado di aumentare le spese NATO al 5% del PIL è una pura questione di fede. L’obiettivo richiederebbe un maggiore deficit fiscale del 3%, insostenibile se mantenuto nel lungo termine. Inoltre, trovare coperture finanziarie è poco realistico, data l’opposizione dell’opinione pubblica. Inoltre, nessuno ha ancora avuto il coraggio di affermare che l’obiettivo non ha senso pratico. Perché il 5% e non il 4% o il 6% o l’8%? Si tratta di una percentuale arbitraria, che non riflette l’efficacia della spesa militare.
L’unico motivo per cui l’UE ha accettato tale impegno un anno fa, fu per diminuire le tensioni commerciali con gli USA ed evitare che questi riducessero il loro supporto alla sicurezza europea. La Germania è in prima linea nell’aumentare le spese militari in ambito NATO, ma è anche tra i pochi stati con margini di bilancio disponibili. Tuttavia, anche essa sta incontrando problemi nell’implementazione, con un’economia stagnante. Fare debiti senza un beneficio diretto e visibile per la crescita non è solo impopolare, ma anche costoso e insostenibile. I rendimenti tedeschi sono saliti ai massimi dal 2011, anche a causa degli ingenti stanziamenti pubblici per la difesa.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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