Le voci che proclamano la fine dello spread sono decisamente iperboliche, anche se contengono un fondo di verità. Osservando l’aumento dei rendimenti europei nelle recenti settimane, possiamo notare che questo aumento è avvenuto con differenziali stabili o addirittura ridotti tra la curva dei tassi in Germania e nel resto dell’Eurozona. È la prima volta che il boom è guidato non dalle aree periferiche dell’unione monetaria, ma dal suo nucleo centrale.
Prevista una minore scarsità di Bund
I Bund sono considerati titoli di stato sicuri, o “safe asset” secondo la terminologia dei mercati internazionali. Questo significa che sono visti come una protezione contro le tensioni internazionali, motivo per cui gli investitori tendono ad acquistarli per migliorare la qualità dei loro portafogli e mitigare le incertezze.
Attualmente, tutti i rendimenti in euro vengono confrontati con quelli dei Bund, per ogni scadenza. Dato che la Germania presenta un livello basso di debito pubblico, emette un numero limitato di titoli di stato, risultando in una cronica scarsità che ha effetti anche sulla politica monetaria.
Tale deficit ha rigidizzato gli spread, accentuandoli nei periodi di crisi. Ora che la Germania prevede di incrementare le spese fino a 1.000 miliardi di euro in deficit nei prossimi 10 anni tra rinnovamento militare e infrastrutture, la situazione sembra cambiare. Il mercato prevede un incremento dell’offerta di Bund, il cui rendimento è immediatamente aumentato dello 0,40% per la durata decennale. BTp, Oat, Bonos, ecc., hanno seguito questa tendenza, registrando performance anche migliori. Per un breve periodo, lo spread tra Italia e Germania è sceso sotto i 100 punti base, o l’1%.
Perché si discute della fine dello spread? Fino ad ora, lo spread è stato un indicatore del rischio percepito associato a un obbligazione, ma in futuro potrebbe non esserlo più.
I BTp mostrano spread intorno ai 110 punti, il livello più basso dal 2021. Questo è considerato un livello di sicurezza estremo, se guardiamo agli ultimi 15 anni. Tuttavia, i nostri titoli decennali hanno raggiunto un rendimento del 4%. Erano scesi sotto il 3,20% a dicembre. Il rendimento medio ponderato di febbraio era del 3,08%, mentre a metà marzo si avvicinava già al 3,50%. Un aumento che non si riflette nello spread, ma che comunque presenta problemi per il bilancio dello stato.
Fine dello spread, ma il debito pubblico persiste
Solidificando quest’ultimo dato, scopriamo che, con le dimensioni attuali del debito pubblico italiano, ci costerebbe circa una decina di miliardi di euro in più all’anno a livello lordo. Il rischio sovrano aumenterebbe senza essere evidenziato dallo spread. Il deterioramento dei Bund li rende meno preziosi rispetto agli altri titoli di stato, ma questo non significa che la situazione per questi ultimi sia migliorata. Questo potrebbe essere interpretato come la fine dello spread, ammesso che stiamo davvero entrando in un’era caratterizzata da rendimenti sostanzialmente uniformi tra i 20 mercati dell’Eurozona.
È vero, tuttavia, che da anni Spagna, Portogallo e persino la Grecia più di recente, non mostrano più rendimenti significativamente superiori a quelli tedeschi, quasi come se fossero una Germania appena meno sicura.
Sarebbe più realistico considerare anche l’Italia come parte di questo equilibrio di apparente fine dello spread. Purché non ci illudiamo che questo risolva i problemi legati a un debito elevato.
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Enzo Conti è profondamente radicato nella cultura italiana, grazie al suo lavoro di ristoratore e promotore del patrimonio locale. Il suo ristorante non è solo un luogo in cui gustare i sapori della Puglia, ma anche uno spazio dove cultura e storia si incontrano. Enzo organizza eventi per far conoscere le ricchezze della regione, affrontando anche questioni di società, politica locale e preservazione dell’ambiente attraverso il cibo.



