Un tempo, i BTp italiani offrivano rendimenti soddisfacenti nonostante un’inflazione italiana più elevata rispetto a quella attuale. Questa affermazione, che abbiamo spesso sentito o letto negli ultimi anni, viene di solito scartata da molti come inesatta, pensando che i rendimenti reali del passato fossero bassi e addirittura inferiori a quelli di oggi. Per questo motivo, abbiamo deciso di analizzare i rendimenti nominali dei BTp a 10 anni confrontandoli con i tassi d’inflazione anno per anno dal 1986. È importante sottolineare che i rendimenti reali si calcolano non sottraendo semplicemente i tassi d’inflazione correnti, ma quelli previsti per il periodo di investimento in questione.
Questo confronto è stato semplificato per permettere un’analisi diretta, altrimenti non realizzabile.
Dai BTp negli anni Ottanta ai giorni nostri
Nella tabella qui presentata, osserviamo che i rendimenti decennali dei BTp erano a due cifre fino alla metà degli anni Novanta, come ricorderanno gli investitori più esperti. Ma in termini di inflazione italiana, quali erano i rendimenti reali dei BTp? La media nella seconda metà degli anni Ottanta era del 5-6% reale. Nei primi anni Novanta, questa percentuale salì fino a superare il 7%. Questo fu il periodo più vantaggioso per prestare denaro allo stato italiano. Dalla seconda metà degli anni Novanta, abbiamo assistito a un rapido calo fino al 2,5% nell’anno in cui la lira cessò di circolare.
Durante la pandemia, i rendimenti reali sono stati estremamente negativi, con il punto più basso nel 2022, registrando una media del -4,5%. Nella prima metà del 2026, il rendimento è tornato positivo, pari all’1,7%, sebbene inferiore al 2% dell’anno precedente.
Rendimenti reali negativi con l’introduzione dell’euro
Negli ultimi quarant’anni, l’Italia degli anni Settanta, Ottanta e fino ai primi anni Novanta era caratterizzata da tre problematiche gravi: alta inflazione, bilanci pubblici disastrati e instabilità valutaria. Chi prestava denaro allo stato richiedeva, quindi, un alto premio per compensare questi rischi. Inoltre, pochi investitori esteri erano disposti a investire in Italia, mentre i capitali interni tendevano a fuggire, anche a causa di un contesto politico a volte instabile.
Nel 1993, l’Italia pagava il 12% del suo PIL in interessi, un quarto del totale delle entrate. Questo fu però un punto di svolta. L’adesione al Trattato di Maastricht impose ai governi italiani il “vincolo esterno” di ridurre il deficit, combattere l’inflazione e rinunciare alla svalutazione della valuta. Questo processo di avvicinamento e successivo ingresso nell’euro ha reso l’Italia molto più simile ai suoi concorrenti in termini di dati macroeconomici fondamentali.
Confronto tra inflazione italiana e tedesca
Nella tabella successiva, osserviamo il confronto tra l’inflazione in Italia e quella in Germania. Negli ultimi anni Ottanta, la differenza era positiva per l’Italia con una media del 4%. Questo trend si è mantenuto, con poche eccezioni, fino al decennio scorso.
Dal 2013, sembra essersi invertita la tendenza, con l’inflazione italiana che risulta strutturalmente inferiore a quella tedesca, eccetto che in rare occasioni. Cosa è cambiato? In passato, lo stato stimolava la domanda interna con una politica fiscale espansiva, che tendeva a “surriscaldare” i prezzi. Dal 1992, la situazione si è invertita, come evidenziato dai dati sull’avanzo primario, che riflette il saldo fiscale al netto degli interessi sul debito.
BTp sostenuti da bassa inflazione, pesa la bassa crescita
Considerando anche la cronica bassa crescita dell’economia italiana, l’inflazione rimane contenuta a meno di shock esterni come la crisi energetica del 2022 e degli ultimi mesi. Questo si riflette nei rendimenti nominali dei BTp, che si mantengono bassi o addirittura leggermente al di sotto dell’inflazione. D’altra parte, gli investitori esteri oggi detengono più di un terzo dei nostri titoli di stato, una percentuale inferiore rispetto al picco del 2010. Non temono più la svalutazione della valuta, impossibile con l’appartenenza all’Eurozona, ma talvolta esprimono preoccupazioni sulla sostenibilità dei nostri conti pubblici, specialmente in contesti di aumento dei tassi globali.
giuseppe.timpone@investireoggi.it
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Enzo Conti è profondamente radicato nella cultura italiana, grazie al suo lavoro di ristoratore e promotore del patrimonio locale. Il suo ristorante non è solo un luogo in cui gustare i sapori della Puglia, ma anche uno spazio dove cultura e storia si incontrano. Enzo organizza eventi per far conoscere le ricchezze della regione, affrontando anche questioni di società, politica locale e preservazione dell’ambiente attraverso il cibo.



